A pochi giorni dall’inizio, la Biennale di Venezia 2026 ha perso la sua curatrice principale, Koyo Kouoh. Un colpo duro, che ha gettato un’ombra pesante sui preparativi. Non solo: lutti tra gli artisti e tensioni politiche internazionali hanno reso l’atmosfera ancora più tesa. Si è parlato persino di cancellazione. Eppure, quando le porte dei Giardini e dell’Arsenale si sono finalmente aperte, la mostra In Minor Keys ha sorpreso tutti. Equilibrata e profonda, ha affrontato temi complessi con una leggerezza rara, mantenendo però intatto il rigore artistico e una cura artigianale che non passano inosservati. Un esordio difficile, ma capace di rialzarsi con forza e qualità.
Dopo le difficoltà iniziali, la Biennale si è mostrata ricca di suggestioni e significati, lontana dall’atmosfera cupa che si temeva. Il tono è corale, a tratti persino gioioso. Seguendo le linee guida lasciate da Kouoh, la rassegna affronta temi come il post-colonialismo, la diaspora africana, la monumentalità, il femminismo e l’auto-rappresentazione delle comunità nere. Ma lo fa senza gravare l’animo del visitatore. L’insieme è fluido, dinamico e persino divertente, con tocchi di colore, riferimenti culturali e un’atmosfera che a tratti ricorda il carnevale. L’impressione generale è quella di trovarsi davanti a uno degli appuntamenti più raffinati e significativi del panorama artistico contemporaneo, dove la qualità dell’esperienza non è mai scontata.
Uno dei punti forti di questa edizione è l’attenzione al “creato”, che va oltre la figura umana per abbracciare natura e materia. La mostra mette in scena una convivenza paritaria tra uomo, piante e minerali. In diverse installazioni, piante vive e secche, fiori e alberi diventano protagonisti, dialogando con la presenza e la storia umana attraverso linguaggi visivi inediti. È un invito a riflettere sull’ecosistema nella sua interezza, abbandonando una visione troppo antropocentrica. La Biennale stimola così una sensibilità nuova verso l’ambiente e i materiali, aprendo uno spazio anche al mondo minerale, spesso trascurato nelle esposizioni tradizionali.
Il 2026 consacra l’artigianato come protagonista nel contemporaneo. Questa Biennale conferma una tendenza ormai consolidata: la riscoperta delle tecniche manuali e dei materiali tradizionali. Le opere esposte mostrano una perizia tecnica notevole, fatta di competenza e cura del dettaglio. Tecniche antiche come la lavorazione della carta, la terracotta, il legno e i metodi fotografici tradizionali sono presenti in modo significativo. Dietro a questa scelta c’è non solo un legame con la cultura materiale, ma anche la volontà di offrire al pubblico un’esperienza sensoriale concreta, capace di restituire il valore autentico del lavoro umano.
In Minor Keys riesce a costruire un discorso collettivo, dove le opere non stanno semplicemente una accanto all’altra, ma dialogano fra loro. Camminando tra gli spazi si avverte come le creazioni degli artisti si rispondano, intrecciando significati e stimolando riflessioni. Questa coralità favorisce una lettura più complessa e incisiva, che spinge a superare l’attenzione individuale per abbracciare una visione d’insieme ricca di simboli. Vivere questa Biennale significa immergersi in un sistema di relazioni che amplifica il valore di ogni lavoro attraverso il confronto e il dialogo.
Questa edizione conferma il distacco dal tradizionale focus sulla nazionalità degli artisti. Kouoh aveva già mostrato una predilezione per un approccio globale, dando peso al contenuto e al tono delle opere più che alla loro provenienza geografica. Il risultato è un allestimento che supera le barriere identitarie e invita a concentrarsi su ciò che ogni opera dice, indipendentemente da dove l’artista viene o vive. Le critiche per la scarsa presenza di autori italiani importanti trovano qui una risposta: a emergere è la qualità e il messaggio, non il passaporto. L’arte si conferma così un linguaggio sovranazionale, capace di parlare a tutta l’umanità e di abbattere confini tradizionali.
La Biennale 2026 non si limita a proporre opere da ammirare: l’allestimento stesso invita a una fruizione più rilassata. Lungo il percorso si trovano divani, pouf imbottiti e poltrone in legno, distribuiti strategicamente per offrire momenti di pausa. Non sono opere d’arte, ma servizi pensati per il pubblico, che aiutano a prendere fiato e a osservare con più calma. Inoltre, un uso ricorrente di essenze e profumi accompagna la visita, coinvolgendo anche l’olfatto e creando un’atmosfera avvolgente. Tutto questo rende la passeggiata meno faticosa e più piacevole, anche in una mostra così vasta e complessa.
L’allestimento gioca un ruolo chiave nella riuscita complessiva della Biennale. Gli architetti sudafricani dello studio Wolff hanno scelto materiali alternativi e colori che creano ambienti accoglienti e stimolanti, dominati da un blu intenso e dall’uso di cartone a nido d’ape. Il risultato è un’atmosfera contemporanea, originale e funzionale, che facilita il coinvolgimento del visitatore. Particolarmente importante è il restyling del Padiglione Centrale, realizzato grazie ai fondi del PNRR: lo spazio è stato completamente trasformato, dotandolo di infrastrutture all’altezza dei più grandi eventi internazionali. Un salto di qualità che apre prospettive importanti per il futuro delle biennali veneziane.
Nonostante il ruolo centrale della tecnologia oggi, questa Biennale si distingue per la quasi totale assenza di riferimenti all’intelligenza artificiale e alle innovazioni digitali. Pur essendo un tema caldo a livello globale, con impatti sociali ed economici rilevanti, è poco esplorato dagli artisti scelti da Kouoh e dal suo team. Questa lacuna, forse più una scelta che una dimenticanza, sposta l’attenzione sulla materia, sui processi artigianali e sui grandi temi umani, offrendo una riflessione più tradizionale sul ruolo dell’arte nel presente.
Il punto di forza forse più evidente della Biennale 2026 è la capacità di tenere insieme elementi diversi senza esagerare. Artisti emergenti e nomi noti convivono senza forzature; temi pesanti come memoria, crisi climatica e lotta all’oppressione vengono affrontati senza mai diventare didascalici o opprimenti. La monumentalità c’è, ma è dosata, alternando lavori iconici a opere più intime. La varietà culturale viene gestita senza escludere nessuno e senza cadere in schieramenti radicali o ideologici. Questa moderazione regala alla rassegna un messaggio di speranza, valorizzando la capacità umana di trasmettere conoscenza e guardare avanti, anche attraverso sezioni dedicate a scuole e centri di formazione. In sintesi, una Biennale che parla di grandi drammi e sfide attuali senza perdere la leggerezza e la libertà che sono il cuore dell’arte.
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