Quando Hélène Carrère d’Encausse è morta, Emmanuel Carrère non ha potuto fare a meno di guardare dentro se stesso e al passato della sua famiglia. La sua nuova fatica letteraria nasce da quel lutto, ma non si ferma al dolore personale. Scava più a fondo, tra radici e ricordi, in una Russia che non è più quella delle storie che aveva imparato da bambino. Qui non c’è spazio per facili nostalgie. Il legame con quel paese è complesso, carico di storia, politica e contraddizioni. Carrère racconta tutto questo senza filtri, con la freddezza di chi vuole capire davvero, anche quando la realtà si fa dura e spietata.
Il titolo del libro prende spunto da un’immagine dell’infanzia: il “kolchoz”, cioè le fattorie collettive dell’era sovietica. Per Carrère, questo rito quotidiano attorno al letto della madre malata diventa un modo per esplorare la storia della sua famiglia e il rapporto con la Russia. In questo piccolo universo si mescolano vergogna e affetto, distanze e legami complicati. Il padre, figura discreta e quasi invisibile, si fa largo accanto alla madre, protagonista ingombrante e forte. Non è solo una famiglia che si racconta, ma un pezzo di storia politica e culturale della Russia, che non resta sullo sfondo ma entra a far parte della memoria personale.
Richiamare il kolchoz dice molto anche delle tensioni che Carrère vive dentro di sé, diviso tra il fascino per una patria mitica e il disagio per le ferite ancora aperte di una storia recente, spesso nascosta dietro propaganda o silenzi. La madre, figura di spicco nel mondo culturale, viene mostrata nelle sue contraddizioni: donna di potere e cultura, madre severa ma anche fragile, custode di un’identità che Carrère deve ora rivedere alla luce di eventi che la mettono in discussione.
La guerra in Ucraina segna una rottura netta nel rapporto profondo che univa Carrère alla Russia, un legame nato nell’infanzia e nella famiglia. Gli ultimi anni hanno costretto lo scrittore a rivedere con dolore quell’affetto, trasformandolo in una ferita aperta. Nel libro c’è spazio per questo smarrimento, per il crollo di un mito personale e culturale che sembrava saldo.
Non è solo un dissenso politico: è la frattura di un sistema di valori che ha sostenuto per anni la sua storia familiare e personale. Carrère racconta con onestà e sofferenza come la realtà attuale abbia infranto un passato idealizzato, costringendolo a riflettere su nuove forme di memoria e identità. “Kolchoz” diventa così anche un documento che parla della difficoltà di aggiornare il proprio patrimonio culturale in un’epoca incerta e segnata dal conflitto, con la consapevolezza che sentirsi parte di qualcosa non è mai scontato.
Rispetto ad altre opere, in “Kolchoz” Carrère lascia da parte il desiderio di dominare la scena come narratore. La sua scrittura è più intima e partecipata: quella di un figlio che si fa testimone della storia della madre, che si lascia attraversare dal lutto e dalle contraddizioni senza cercare vie facili. Il libro nasce da un atteggiamento di ascolto e accoglienza, che restituisce voce a una storia complessa e articolata.
Questa scelta conferisce al testo una forza particolare, fatta di verità taglienti e di un affetto mai scontato. Carrère si allontana dall’autoesibizione e assume il ruolo di cronista di un quotidiano familiare unico, segnato da figure importanti della cultura e della politica. Ne esce uno dei lavori più riflessivi e riusciti della sua carriera, un libro che pesa con rigore il valore dell’eredità personale e storica, un contributo prezioso per capire oggi il legame tra storia e memoria individuale.
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