Nel silenzio ovattato di una stanza, Joel Meyerowitz punta la sua macchina fotografica su un vaso, una bottiglia, una ciotola. Sono gli stessi oggetti che Giorgio Morandi dipingeva con cura maniacale, quasi fossero reliquie. Meyerowitz, nato a New York nel 1938, si confronta con quella meditazione silenziosa, a cinquant’anni dalla morte del pittore bolognese. Non è solo un omaggio: è una sfida al tempo, un dialogo fra due mondi lontani. Le sue fotografie non raccontano solo forme, ma cercano di catturare quella luce intima, quella poesia sommessa che Morandi riusciva a infondere nelle sue nature morte.
Joel Meyerowitz è famoso per la sua street photography, un racconto visivo che nasce tra le strade di New York, catturando l’imprevisto e l’energia del quotidiano. Le sue foto sono spesso piene di luce e colore, ricche di emozione e movimento, quasi come una partitura jazz in cui ogni dettaglio trova il suo posto. Nei suoi scatti convivono caos e armonia, e si sente una passione per l’uomo e la società.
Poi, intorno al 2010, qualcosa cambia. Meyerowitz lascia la città e si trasferisce in Italia, avvicinandosi allo still life, un genere apparentemente lontano dal suo stile. La svolta nasce quasi per caso, da un acquisto in una vendita di garage: tre oggetti semplici e usurati che diventano protagonisti di una nuova ricerca. La luce che entra da un lucernario, la cura con cui dispone gli oggetti, la materia stessa degli elementi – tutto rallenta, diventa contemplazione. Così Meyerowitz comincia a scoprire l’aura invisibile che Morandi aveva saputo imprimere ai suoi oggetti, esplorandone la personalità e le relazioni nello spazio.
Da questa esperienza nasce Morandi’s Objects. The complete archive of Casa Morandi, pubblicato nel 2015 da Damiani. Nel 2026 il libro torna in una nuova edizione, con un testo aggiornato di Maggie Barrett, moglie di Meyerowitz, e una selezione più ampia di fotografie e riferimenti. Non è solo un catalogo, ma un vero e proprio archivio visivo che ricostruisce l’atmosfera della casa-studio di Morandi, in via Fondazza 36 a Bologna.
Meyerowitz ha passato mesi in quel piccolo spazio, lavorando su più di 260 oggetti – bottiglie, barattoli, vasi, caraffe – tutti coperti di polvere e segnati dal tempo. Immergersi in quell’ambiente è stato come entrare in un mondo dove il silenzio e la concentrazione regnano sovrani. Il fotografo ha seguito la stessa lentezza di Morandi, giocando con la luce e il vuoto, cercando di riprodurre gli equilibri di forma e spazio che il pittore costruiva con cura.
Le foto non sono nature morte di gruppo, come quelle di Morandi, ma ritratti individuali degli oggetti. Così emerge la loro unicità, le tracce dell’uso, i segni del colore lasciati dal pittore, e una presenza quasi tangibile. La luce calda filtra con delicatezza, intensificando il rapporto tra materia e spazio. Il libro diventa un dialogo visivo che, pur senza imitare la pittura, ne racconta la profondità.
Dopo Morandi, Meyerowitz si è rivolto a un altro grande maestro: Paul Cézanne. Nel 2017 ha pubblicato, sempre con Damiani, un libro dedicato allo studio del pittore ad Aix-en-Provence. Qui il fotografo si è concentrato su un dettaglio fondamentale: il colore delle pareti, un grigio-verde scelto da Cézanne per annullare le dimensioni e la prospettiva degli oggetti, creando una piattezza rivoluzionaria.
Durante la prima visita Meyerowitz ha osservato ogni elemento, dagli abiti dell’artista appesi da anni agli oggetti sparsi nello studio. Tornato un anno dopo, ha fotografato gli stessi oggetti posizionandoli nello stesso punto, lasciando che la luce naturale disegnasse ombre e riflessi sulle pareti. Questo lavoro ha aperto una nuova prospettiva, trasformando la fotografia in uno strumento per capire come Cézanne giocava con la percezione e la poesia delle forme.
L’esperienza con Cézanne ha aggiunto un nuovo livello alla pratica di Meyerowitz, confermando la sua capacità di trasformare gli spazi d’arte in luoghi dove forma, luce e tempo si incontrano e si raccontano.
Il filo che unisce i lavori di Meyerowitz su Morandi e Cézanne è il dialogo tra pittura e fotografia, due linguaggi diversi ma complementari. La fotografia fissa il presente, congela gli oggetti nel loro tempo e spazio; la pittura invece dissolve i confini, modella lo spazio in modo più fluido e emotivo.
Questo dualismo emerge soprattutto nel tema della vita e della morte, che attraversa entrambi i progetti. Maggie Barrett nota come in inglese “still life” – natura morta – suoni quasi ironico nel lavoro di Meyerowitz, che tratta con rispetto e cura immagini di oggetti pieni di memoria. Un simbolo forte è la scatola di latta usata da Morandi per il tabacco, conservata da Meyerowitz: è l’ultimo legame con la vita dell’artista, che col tempo diventa segno della sua fine.
Questo gioco tra presenza e assenza, tra immortalità dell’immagine fotografica e respiro della pittura, offre una nuova chiave per leggere l’arte visiva oggi.
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