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Lee Cronin – La mummia: recensione del reboot horror tra cliché e possessioni spaventose

Quando si parla di “La mummia”, il pensiero corre subito alle atmosfere cupe e inquietanti dei classici anni ’30. Quel senso di terrore primordiale che ha segnato un’epoca. Eppure, il nuovo film di Lee Cronin, uscito il 16 aprile 2026 per Warner Bros. Pictures, non riesce a catturare quell’essenza. Il regista irlandese, pur entrando in una lunga tradizione di remake e reboot, consegna una storia piatta, con una sceneggiatura che inciampa nei cliché più scontati. Il risultato? Un horror che dovrebbe spaventare, ma si limita a sbiadire nel nulla.

Trama e sviluppo: un ritorno che lascia l’amaro in bocca

La storia ruota intorno a una coppia di genitori, Jack Reynor e Laia Costa, segnati da un dolore profondo: la loro figlia Katie è scomparsa nel deserto. Otto anni dopo, la bambina viene ritrovata dentro a un antico sarcofago, avvolta come una mummia, ma con atteggiamenti inquietanti. Il cuore del film sta proprio nel conflitto tra l’amore dei genitori e l’estraneità di Katie, un incubo che scava nella paura dell’incomprensibile.

Peccato che la trama non riesca a uscire dagli schemi già visti. La bambina posseduta, simbolo del terrore, resta un personaggio piatto, che si limita a riproporre cliché del genere: sospiri strani, voci demoniache, vomito, ingestione di insetti. Manca quella profondità psicologica che coinvolgerebbe davvero lo spettatore. Al suo posto, si punta a un ritmo veloce che sacrifica i momenti di silenzio e riflessione, puntando soprattutto sui jump scare, spesso facili da prevedere.

Tra ispirazioni e stereotipi: un horror che non decolla

Lee Cronin, già noto per Hole – L’abisso e il reboot La casa – Il risveglio del male , prova a imprimere al franchise una forte impronta horror. Fa riferimento a cult come Poltergeist e Seven , ma alla fine il film sembra soltanto una copia senza mordente.

L’intera pellicola soffre di una sceneggiatura che si aggrappa ai soliti cliché: la bambina-mummia posseduta, le scene costruite solo con effetti sonori improvvisi, l’alternanza continua tra calma apparente e spaventi meccanici. La colonna sonora, invece di creare un’atmosfera inquietante e crescente, si limita a sottolineare i rumori forti, perdendo così l’occasione di far crescere la tensione in modo più sottile.

Questa mancanza di inventiva, appoggiata a formule già viste, impedisce al film di trasmettere quella paura vera che distingue i grandi horror. Restano alcune sequenze di body horror e gore, scelte per provocare disgusto, ma risultano fini a se stesse, incapaci di costruire una tensione narrativa reale.

Un’occasione sprecata: temi profondi restano in superficie

“Lee Cronin – La mummia” avrebbe potuto andare oltre il semplice horror e affrontare temi importanti come il maltrattamento infantile, la difficoltà di comunicare in famiglia o il senso di colpa dei genitori. Tutti spunti che avrebbero dato più spessore alla storia.

Invece, il film preferisce restare in superficie, mostrando l’orrore in modo diretto e didascalico, senza scavare nella psicologia dei personaggi o nei loro conflitti interiori. Il risultato è un prodotto che punta più all’effetto immediato e alla sorpresa facile, con l’occhio già rivolto a un possibile sequel.

Qualche battuta ironica prova a stemperare la tensione, ma spesso stride con il tono generale, accentuando la sensazione di un film senza una direzione precisa. Alla fine, “La mummia” di Cronin è proprio questo: una mummia vuota, un contenitore privo di sostanza che non aggiunge nulla di nuovo al panorama horror di oggi.

Redazione

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