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Pinault Collection Venezia 2024: Mostre Uniche tra Poesia e Violenza con Artisti da USA, Kenya, India e Brasile

A Venezia, Palazzo Grassi e Punta della Dogana si animano di voci provenienti da ogni angolo del mondo. Quest’anno, la Pinault Collection rompe le barriere geografiche e culturali, portando in scena storie che vanno dal Kenya agli Stati Uniti, passando per l’India e il Brasile. Non è solo una mostra, ma un dialogo aperto tra pittura, video e installazioni che sfidano la nostra percezione. In questa città sospesa sull’acqua, l’arte si fa riflessione urgente, capace di raccontare temi complessi con una sincerità disarmante.

Michael Armitage a Palazzo Grassi: pittura africana tra tradizione e storia europea

Michael Armitage, nato a Nairobi nel 1984, porta a Palazzo Grassi uno sguardo crudo e intenso sull’Africa di oggi. La sua mostra si sviluppa su più livelli del palazzo affacciato sul Canal Grande e comprende 45 dipinti e oltre 100 disegni preparatori. La forza delle sue opere sta nell’impatto immediato: una pittura vibrante, carica di emozioni forti, che non nasconde le tensioni politiche e sociali dell’Africa orientale. Tra le immagini, migranti in fuga, violenze elettorali, autodeterminazione femminile e momenti di vita quotidiana, filtrati dalle sue radici culturali e digitali.

Armitage non si limita a raccontare, ma rilegge la pittura globale, in particolare quella occidentale, con riferimenti a maestri come Goya e Veneri rinascimentali. La sua svolta sta nel dipingere su lubugo, un tessuto di corteccia ugandese usato per avvolgere i defunti. Le irregolarità di questo materiale mettono alla prova la tradizione pittorica: la tela diventa un terreno accidentato che richiede adattamenti e rispetto. È un gesto forte di recupero culturale e di sfida a una storia coloniale che ha imposto materiali e codici.

La mostra, intitolata Simply The Promise of Change, è curata da Jean-Marie Gallais, Hans Ulrich Obrist e Michelle Mlati. Oltre agli oli e agli acrilici, i numerosi disegni rivelano il processo creativo di Armitage, permettendo al pubblico di entrare nel cuore delle sue riflessioni sulla storia e sulla realtà.

Amar Kanwar a Palazzo Grassi: poesia e politica nelle narrazioni video

Sempre a Palazzo Grassi, Amar Kanwar, regista e artista indiano nato a Nuova Delhi nel 1964, presenta un lavoro che mescola video e installazioni. Il suo è un racconto che unisce documentazione e poesia per affrontare temi di violenza e resistenza politica. Lo spazio a lui dedicato è più raccolto, ma non meno intenso. Curata da Jean-Marie Gallais, la mostra propone due installazioni principali.

The Torn First Pages, realizzata tra il 2004 e il 2005, racconta la lotta per la democrazia in Birmania. L’opera usa retroproiezioni su carta, evocando il gesto di un libraio birmano che strappava la prima pagina imposta dalla censura militare. Qui la violazione e il dissenso si manifestano attraverso materiali fragili e simbolici.

La seconda opera, The Peacock’s Graveyard , è un’installazione multimediale che unisce video, testo e musica tradizionale. Cinque parabole enigmatiche si intrecciano in un’atmosfera sospesa, raccontando storie di un sacerdote, un boia e due amici. La morte, spesso violenta o profanatrice, diventa il filo rosso, esplorata con metafore poetiche accompagnate dal raga indiano di Utsav Lal al pianoforte.

Kanwar usa la poesia per scavare nelle contraddizioni del potere, nelle ingiustizie sociali e nelle fragilità umane. La sua esperienza coinvolge e invita a riflettere, creando uno spazio in cui lo spettatore si confronta con i nodi più duri dell’esistenza, senza perdere la forza estetica ed emotiva del racconto.

Lorna Simpson a Punta della Dogana: identità e memoria tra collage e fotografia

A Punta della Dogana è di scena Lorna Simpson, artista afroamericana nata a Brooklyn nel 1960, che indaga l’identità e la memoria con materiali e tecniche diverse. La sua presenza è meno esplosiva rispetto agli altri protagonisti della Pinault Collection, soprattutto nelle opere pittoriche più recenti. Qui dominano toni scuri e atmosfere tranquille, che a volte sembrano mancare di quella tensione provocatoria.

Più interessante è il suo approccio al collage, presente in fotografia, pittura e scultura. Simpson mescola acrilico, serigrafie, ritagli fotografici, vetro e bronzo, creando immagini che si frammentano e si ricompongono in un gioco di sovrapposizioni e dissonanze. Il risultato riflette le complessità dell’identità contemporanea.

Le opere più forti sono quelle in bianco e nero, come Then & Now , Three Figures e Black Nebula . In questi lavori affiorano riferimenti a eventi storici legati a rivolte e repressioni, che sottolineano il peso politico del suo lavoro. Simpson mantiene un equilibrio tra sperimentazione formale e contenuto sociale, proponendo un linguaggio visivo che interroga la memoria collettiva e personale.

Curata da Emma Lavigne, la mostra ripercorre le tappe di un percorso artistico segnato dalla costante ricerca di frammentazione e ricomposizione dell’esperienza visiva.

Paulo Nazareth a Punta della Dogana: camminare sulle tracce della memoria coloniale

La mostra più rilevante a Punta della Dogana è quella di Paulo Nazareth, artista brasiliano nato nel 1977, da sempre impegnato a esplorare l’eredità coloniale e le ferite della storia afrodiscendente. Prima di mettere piede in Europa, Nazareth ha attraversato tutti i territori africani segnati dai confini coloniali, un legame profondo con geografia e memoria.

L’artista occupa tutto il secondo piano della Dogana con una potente installazione: una scia di sale grosso attraversa gli spazi, tracciando la sagoma di un tumbeiro, le imbarcazioni usate nella tratta degli schiavi. Il sale, ricco di significati simbolici e commerciali, diventa un segno tangibile che lega schiavismo, capitalismo e globalizzazione.

Nella mostra ci sono anche prodotti de genocídio, oggetti che richiamano l’immaginario dello schiavismo, incapsulati in blocchi di resina. La serie For Sale presenta fotografie in cui l’artista si fa ritrarre come merce, con cartelli che lo dichiarano in vendita, accanto a oggetti esotici che sottolineano le dinamiche del mercato artistico e culturale. La critica di Nazareth si estende al mondo dell’arte, mettendo in discussione l’esotismo e la mercificazione delle identità.

La curatrice Fernanda Brenner sottolinea come questa mostra sia un progetto articolato di denuncia e riflessione, capace di mettere in moto una narrazione che interroga passato e presente con un gesto artistico radicale e itinerante.

Venezia 2026: un crocevia di arte globale e riflessione sociale

L’impegno della Pinault Collection nel 2026 conferma Venezia come punto di riferimento per mettere in mostra le tendenze internazionali che intrecciano arte, politica e società. Con quattro artisti provenienti da luoghi lontani e linguaggi diversi, Palazzo Grassi e Punta della Dogana propongono un dialogo intenso, fatto di sguardi critici e pratiche variegate.

L’attenzione alle radici, alle questioni razziali, alle memorie coloniali e alle forme culturali tradotte in chiavi contemporanee arricchisce la scena culturale della città, rafforzandone il ruolo di piattaforma globale. L’incontro tra pittura, video, collage e installazioni crea percorsi che non si accontentano di facili letture estetiche, ma chiedono confronti profondi.

Oltre alla Pinault Collection, Venezia ospita altre mostre importanti, dai tributi a Constantin Brancusi alle opere di Joseph Kosuth, Christopher Bucklow e a rassegne dedicate all’Iran contemporaneo. Questa pluralità di iniziative rafforza la città come laboratorio aperto di cultura globale e riflessione artistica.

Redazione

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