Nel cuore di Londra, l’edificio vittoriano di Bowling Green Lane, un tempo rifugio creativo di Zaha Hadid, si appresta a rinascere. Dopo anni di restauro, quella che era la casa di un’architetta rivoluzionaria diventerà un vivace polo culturale. Uno spazio dove l’archivio di Hadid, vasto e unico, incontrerà nuove forme d’arte e idee innovative. L’obiettivo è coinvolgere soprattutto i più giovani, con mostre, eventi e progetti che intrecciano passato e futuro. Il sipario si alzerà il 3 novembre 2026, promettendo un debutto ricco di sorprese.
Fondata nel 2013 su iniziativa della stessa Zaha Hadid, la Fondazione nasce per tutelare e valorizzare un patrimonio enorme: oltre 300mila materiali che raccontano il processo creativo di un’artista unica. Disegni, modelli, taccuini, ma anche abiti che testimoniano la sua natura multidisciplinare. La Fondazione non si limita a conservare, ma vuole diffondere la cultura architettonica contemporanea e stimolare la ricerca tra i più giovani. Nel tempo ha promosso mostre, programmi educativi e iniziative pubbliche, mantenendo vivo lo spirito innovativo e fuori dagli schemi di Zaha.
Rana Hadid, nipote e direttrice della Fondazione, parla dell’archivio come di un terreno ancora tutto da esplorare. Il suo obiettivo è aprire queste risorse a creativi, studenti e studiosi, perché le idee di Zaha continuino a essere fonte di ispirazione e formazione. La riapertura di Bowling Green Lane segna proprio questo passaggio: un luogo che da privato diventa pubblico, vivo e aperto a nuove interpretazioni culturali.
Lo studio di Londra, al civico 10 di Bowling Green Lane, è un edificio vittoriano che ha visto nascere molti dei progetti più famosi di Hadid. Il restauro, affidato allo Studio KA con Katherine Nolan e Alex Butterworth, ha lavorato con delicatezza per salvaguardare la memoria del luogo senza rinunciare a renderlo funzionale per gli usi culturali della Fondazione.
Sono stati recuperati dettagli originali come il camino e le grandi aperture ad arco, insieme a elementi più recenti, come le maniglie con la “Z” stilizzata e il parquet a spina di pesce con inserti a forma di scheggia. Gli interni sono stati ripensati per ospitare eventi, mostre e spazi di ricerca flessibili. Fuori, i mattoni tipici dell’architettura londinese ottocentesca si animano di tocchi azzurri, un colore preso direttamente dalla tavolozza di Zaha Hadid, che si ritrova sui cancelli, nelle grondaie e lungo la strada, guidando verso il portone in legno. Rana Hadid ricorda come l’edificio fosse in origine una scuola, sottolineando la continuità con lo spirito di apprendimento che ha sempre animato Zaha.
La riapertura sarà accompagnata da un fitto calendario di eventi, con al centro la mostra “Zaha Hadid: Architecture of Performance”, curata da Catherine Howe e Libby Sellers. Il percorso racconta il legame tra l’architetta e il mondo delle arti performative attraverso cinque progetti selezionati, coprendo circa 25 anni di attività.
Si parte dal 1989 con d1, sviluppato con la coreografa Rosemary Butcher, dove i disegni di Hadid diventano vere e proprie partiture per la danza. Seguono il Music Video Pavilion del 1990 al Groninger Museum, una delle prime realizzazioni, e poi il lavoro sugli allestimenti per il balletto Metapolis e il Nightlife World Tour dei Pet Shop Boys, dove tecnologia e superfici fluide si fondono in modo innovativo. Il percorso si chiude con l’installazione stage per Così fan tutte alla Walt Disney Concert Hall di Frank Gehry, dove la ricerca formale di Hadid si intreccia con i costumi trasformisti di Hussein Chalayan. L’intera mostra mette in luce la curiosità di Zaha per l’incontro tra architettura e performance, un terreno in continuo movimento.
Accanto alla mostra principale, la Fondazione presenta due nuovi lavori commissionati, che reinterpretano il pensiero di Hadid con linguaggi contemporanei. Il primo, “The Rebar Beneath” di LionHeart, è un video a due canali che mescola immagini, poesia, performance e installazione. L’opera trae spunto dai materiali dell’archivio, rielaborandoli in un’esperienza immersiva che invita il pubblico a partecipare attivamente.
Il secondo, “The Completely Exhausting Inexhaustibility of Zaha Hadid”, è firmato dall’illustratrice Mona Chalabi, vincitrice del Pulitzer. Si tratta di una timeline illustrata che ripercorre la vita e l’opera di Zaha, abbracciando architettura, design, moda e altro ancora. Il lavoro viene proiettato su un tessuto ispirato a un abito di Issey Miyake appartenuto all’architetta, sottolineando il legame tra forma, materia e identità.
Questi due progetti sono solo l’inizio di un percorso che la Fondazione vuole portare avanti per stimolare nuove storie e riflessioni sull’opera di Hadid. Aric Chen, il direttore, parla dell’eredità di Zaha come di una fonte inesauribile di ispirazione da coltivare ogni giorno.
Nel frattempo, prima di poter visitare i nuovi spazi, la Fondazione ha lanciato un sito web completamente rinnovato, realizzato dall’agenzia Made by ON. La piattaforma permette di esplorare virtualmente l’immenso archivio di Zaha Hadid, offrendo a studenti, esperti e appassionati l’accesso a documenti, progetti e contenuti multimediali.
L’obiettivo è creare un vero e proprio centro di conoscenza, dove approfondire il rigore e le sperimentazioni che hanno segnato il lavoro di Hadid. Questo spazio digitale fa da ponte tra il patrimonio culturale e il pubblico globale, superando i confini fisici di Londra e mantenendo viva la memoria di un’artista che continua a influenzare il presente anche in un’epoca sempre più digitale.
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