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Bong Joon-ho a Torino: dal successo di Parasite a incontri inaspettati con Dybala e Gianni Morandi

“Il cinema è un linguaggio universale.” Lo dice Bong Joon-ho, tornato a Torino dopo 23 anni. La città lo accoglie come un vecchio amico, con un sorriso e un ricordo che attraversa il tempo. Non è solo il regista di Parasite, il film che ha stravolto le regole del cinema contemporaneo; è anche un testimone di un legame speciale con la Mole Antonelliana, emblema di un’Italia che ama e rispetta. Qui, tra le sale del Museo Nazionale del Cinema, la sua voce riempie lo spazio con una passione che va oltre le immagini. Quando gli viene consegnata la Stella della Mole, Torino si trasforma: non è solo una città, ma un palcoscenico dove arte, calcio e memoria si mescolano senza confini.

Torino, musa e set per un narratore in viaggio

Bong Joon-ho, impegnato con il suo nuovo film d’animazione Ally, si è preso qualche ora per riscoprire una città che racconta storie. Stavolta Torino non è solo uno sfondo, ma un invito a osservare, immaginare e creare. Ventitré anni fa, il suo primo viaggio qui era avvolto dalla nebbia e dal freddo; oggi può ammirare da cima alla Mole Antonelliana la città e le montagne intorno. «Quando guardo un posto penso sempre a che storia potrei raccontare. Qui vedo un grande verme che si snoda da Piazza Castello sotto i portici fino a questo punto», ha detto. Una visione concreta e al tempo stesso surreale, che racconta il suo spirito di narratore e il motivo per cui è tra i protagonisti della Korean New Wave.

Per lui, Torino è fonte di ispirazione visiva e culturale, uno spazio urbano che diventa racconto per il grande schermo. Un approccio tipico di chi vede il cinema come esplorazione di generi e società, capace di parlare a un pubblico globale senza perdere il legame con le proprie radici.

Da Daegu al mondo: la carriera di Bong Joon-ho

La strada di Bong Joon-ho è segnata da una rara coerenza tra generi e temi. Nato nel 1969 a Daegu, esordisce nel 2000 con Barking Dogs Never Bite, una commedia nera che già anticipa il suo stile. Il salto di qualità arriva con Memories of Murder, premiato dal pubblico al Torino Film Festival nel 2003. Quel film, ambientato durante la dittatura militare in Corea, racconta la caccia al primo serial killer del paese, mescolando poliziesco e ritratto sociale.

Memories of Murder è considerato un caposaldo del cinema mondiale, inserito da Sight & Sound tra i 30 film più importanti del primo decennio del XXI secolo. Da allora, Bong ha stretto un legame forte con l’attore Song Kang-ho, protagonista di molti suoi film, da The Host a Parasite. Per il regista, il rapporto con Kang-ho è come quello tra Marcello Mastroianni e il cinema italiano: un intreccio di talento e profondità emotiva.

Ricorda che sul set di Memories of Murder non si conosceva ancora l’identità del vero assassino, scoperta solo nel 2019, sedici anni dopo. Questa sovrapposizione tra realtà e finzione dà ai suoi film uno spessore emotivo e sociale che va oltre il semplice genere.

Snowpiercer: il casting come tattica da allenatore

Snowpiercer, uscito nel 2013, segna un altro salto per Bong Joon-ho. Con un budget record per la Corea, il film punta a conquistare il pubblico internazionale con un cast multilingue e variegato: Tilda Swinton, Chris Evans, Ed Harris e naturalmente Song Kang-ho. Questa scelta riflette una strategia precisa: il casting diventa uno strumento narrativo.

«Gestire gli attori è come scegliere i giocatori giusti per ogni ruolo in campo», ha spiegato durante la masterclass a Torino. Si vede come un allenatore che distribuisce le risorse umane in modo strategico, lasciando però agli attori la libertà di esprimersi. Ha citato tecnici del calcio europeo come Inzaghi, Guardiola e Klopp per spiegare il suo metodo: un mix di pragmatismo e ispirazione. Questi dettagli offrono uno sguardo raro sul processo creativo di un regista capace di unire tecnica e sentimento.

L’Italia nel cuore: musica e cinema d’autore

Durante la sua permanenza a Torino, Bong ha parlato del suo legame con la cultura italiana, soprattutto attraverso la musica pop. La scelta di inserire «In ginocchio da te» di Gianni Morandi nella colonna sonora di Parasite non è casuale, ma un richiamo alle influenze familiari. Ricorda i vinili italiani e francesi ascoltati da bambino, e come quella melodia porti con sé ricordi e un senso di casa.

Ha raccontato anche l’emozione di aver incontrato Morandi a Venezia, definendolo «una persona di grande energia». Un episodio che svela un lato più intimo del regista, lontano dai riflettori e dal clamore. Ma non solo: Bong ha sottolineato più volte quanto il cinema italiano abbia segnato il suo percorso.

De Sica, Visconti e il dialogo tra culture

Il legame con il cinema italiano per Bong Joon-ho è profondo e duraturo. Ricorda ancora l’emozione provata da bambino guardando film come Ladri di biciclette e La meglio gioventù, che lo hanno spinto a diventare regista. Ha citato anche Psycho come influenza indelebile nella sua formazione.

Un riferimento speciale è andato a Luchino Visconti: gli spazi stretti del seminterrato in Parasite richiamano quelli di Rocco e i suoi fratelli. Non è solo un omaggio estetico, ma un dialogo tra culture e generazioni diverse. Più di recente, ha espresso grande stima per la regista italiana Alice Rohrwacher, con cui si è incontrato più volte.

La visita a Torino ha tracciato così i passaggi chiave di una carriera che unisce senso del luogo, storie universali e una visione personale nutrita dai grandi maestri. Torino, con il suo Museo Nazionale del Cinema e la Mole Antonelliana, è stata la cornice perfetta per questo viaggio di ricordi, passioni e incontri.

Redazione

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