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Perugia, il nuovo murale di Diavù a Fontivegge: il simbolo come arma potente di rinascita urbana

Per oltre un mese, David “Diavù” Vecchiato è rimasto appeso a trenta metri d’altezza davanti a un enorme muro grigio di Fontivegge, il quartiere più controverso e vivace di Perugia. Sotto di lui, una piazza brulicante di persone, lingue e storie diverse: un crocevia di tensioni e incontri quotidiani. Era estate, il sole picchiava forte, e quel muro sembrava chiedere a gran voce di essere trasformato. Così è nata la sfida: restituire a quel pezzo di città un volto nuovo, carico di significato. “Identity” non è solo un murale, ma un racconto a colori, un dialogo aperto con chi abita e attraversa quel luogo complesso, dove culture diverse si intrecciano e convivono. Un lavoro intenso, quasi meditativo, che ora domina lo skyline urbano e parla di appartenenza e trasformazione.

Da strada a muro: il viaggio artistico di David Diavù

David Vecchiato, romano classe 1970, non si limita a definirsi uno street artist. Il suo cammino attraversa diversi linguaggi: editoria, fumetto, illustrazione, musica. La strada è diventata il suo spazio, per scelta e necessità, un luogo dove esprimere un immaginario figurativo che in contesti tradizionali, come le gallerie negli anni Novanta, veniva spesso rifiutato come “non arte”. Nato in ambienti alternativi, tra centri sociali e spazi pubblici, il suo lavoro nasce dalla voglia di prendersi uno spazio attraverso il potere dei simboli. Ogni murale diventa così un messaggio politico e culturale, capace di trasformare l’ambiente e di coinvolgere chi lo vive, anche solo con una reazione emotiva, che sia positiva o negativa.

Fontivegge tra diversità e architettura: il contesto di Identity

Prima di mettere mano a “Identity”, Diavù si è calato nel quartiere di Fontivegge. Ha parlato con chi ci vive, ascoltato i suoni e le musiche che scorrono tra le strade, osservato generazioni e culture diverse convivere in un contesto fragile e complesso. Una pluralità che si riflette anche nella storia architettonica del luogo, disegnata da Aldo Rossi: un progetto urbano dal significato profondo, ma che ha mostrato limiti evidenti nella vita di tutti i giorni. Piazza del Bacio, proprio dove si trova il murale, soffre per la mancanza di spazi verdi e di ombra, elementi fondamentali per favorire la socialità e la vita cittadina. L’artista lancia un messaggio chiaro: l’ambiente costruito influenza le vite di chi lo abita, e quindi anche le forme di convivenza e di identità che si creano. La vera sfida, soprattutto in quartieri come questo, è capire cosa si può davvero coltivare nello spazio e nel tempo.

L’arte che costruisce volti immaginari con mani vere

“Identity” mostra due giovani volti composti da mani gigantesche, le mani di Diavù stesso, che come un puzzle assemblano i tratti dei ragazzi dipinti. Quei volti non esistono davvero: sono il risultato di immagini create con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, poi rielaborate dall’artista per rappresentare l’idea di un’identità fluida e costruita, spesso definita solo dall’incontro con l’altro. Il titolo è stato scelto dagli studenti della zona, che hanno votato “Identity” come simbolo di un sentimento attuale: l’identità non è più qualcosa di fisso e personale, ma un “marchio” che spesso manca di sostanza e si costruisce nel rapporto con chi ci sta intorno. L’opera diventa così uno spazio di riflessione, un segno visibile e concreto di questo processo collettivo.

Vivere l’opera dall’alto: meditazione e sguardo sulla città

Dipingerlo ha richiesto tempo e concentrazione: trentadue giorni solo per la pittura, quasi quaranta per tutto il progetto. Lavorare a trenta metri di altezza cambia il modo di percepire i dettagli e il rapporto con lo spazio che si abita. È un’esperienza ipnotica, quasi spirituale, un isolamento dietro le quinte che permette di immergersi completamente nel gesto artistico. Le chiacchierate con la gente del quartiere, come quella con un anziano che ha riconosciuto richiami all’arte medievale nei colori dell’opera, confermano come il murale riesca a parlare senza usare parole. Un luogo segnato da contraddizioni trova così una nuova forma di dialogo, aperta e viva, sospesa tra memoria e futuro.

L’arte pubblica tra memoria e potere

Questa esperienza di street art non vuole solo abbellire un muro. “Identity” mette in luce la forza dell’arte pubblica di cambiare visivamente e simbolicamente un quartiere, di creare un punto di riferimento e di appartenenza. L’opera si inserisce in una memoria più ampia di progetti che hanno raccontato Perugia da angoli meno conosciuti della città, come il Comma Art City Project o le installazioni dei The London Police. Ma l’arte di strada può anche diventare strumento di potere e gentrificazione, un rischio che Diavù conosce e invita a non dimenticare. Il futuro dell’opera ora è nelle mani di chi la vive: potrà durare o scomparire, ma il suo messaggio resta se vissuto come parte di quel territorio. L’arte pubblica, in fondo, è un atto di condivisione che va oltre il gesto individuale e diventa un segno identitario collettivo.

Redazione

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