Il Faldone non è un libro da leggere una volta e basta. Vincenzo Ostuni, poeta romano classe 1970, lo dice senza giri di parole. La sua raccolta, finalista al Premio Strega Poesia 2026, si presenta come un organismo in continua trasformazione, un’opera viva che cresce con il tempo. Non è una semplice raccolta di versi, ma un viaggio che intreccia esperienze personali e riflessioni profonde, lontano da facili consensi o mode passeggere. Ostuni, tra l’altro anche editor, costruisce questo testo con la precisione di un architetto e la strategia di un giocatore di Campo Minato, guidando chi legge in un percorso unico e complesso. Dietro Il Faldone c’è una storia fatta di coraggio e sperimentazione, un lavoro che sta conquistando – e dividendo – il panorama letterario italiano.
Parlare del Faldone non è semplice, come ha sottolineato Chiara Portesine. La definizione di Ostuni – “un libro di poesia che cambia nel tempo” – può sembrare un controsenso, ma coglie nel segno. Qui non si tratta di un volume chiuso e finito. Testi, parole, persino la punteggiatura si modificano seguendo regole sia casuali che programmate, trasformando la lettura in un’esperienza sempre nuova. Il titolo è l’unico elemento fisso in questo continuo mutare.
Non è solo il nome a richiamare grandi cicli poetici come i Canti di Leopardi o le Elegie di Properzio. Per Ostuni, il Faldone non è un singolo lavoro, ma un “volume” in divenire, un canzoniere contemporaneo che raccoglie tutta la sua poesia e continua a espandersi, cambiando forme e significati. Così la poesia passa da testo a esperienza in movimento, dove la ripetizione rimodella le regole tradizionali della lettura e dell’interpretazione.
Vincenzo Ostuni non è solo poeta e autore di dieci libri, ma anche responsabile editoriale per Ponte alle Grazie. Da questa posizione ha uno sguardo privilegiato sulle dinamiche del mercato editoriale e sul lavoro di altri scrittori. Ma la scrittura per lui è soprattutto un confronto, quasi un conflitto. Non è un piacere facile: è una sfida continua con se stesso e con la materia poetica.
Questa tensione si riflette anche nel suo lavoro di editor, dove spesso la logica del mercato si scontra con il giudizio critico e la cura per la qualità letteraria. Oggi più che mai, questi fattori si intrecciano con un’etica personale e professionale da difendere. La scrittura diventa così un campo di battaglia, un luogo di lotta esistenziale per dare senso all’arte, non un semplice esercizio creativo o commerciale.
Un aneddoto curioso nella vita di Ostuni riguarda il suo passato come detentore per anni del record italiano nella modalità esperto del videogioco Campo Minato su Windows, negli anni 2000. A prima vista sembra lontano dalla poesia, e invece ha molto a che fare con il modo in cui compone il Faldone. La combinazione di “riempire caselle” e “velocità di movimento” diventa una metafora delle due qualità chiave per lavorare a un’opera così complessa.
Il processo creativo richiede rapidità nel prendere decisioni e precisione nell’inserire elementi, creando un flusso complesso e articolato, ma anche spontaneo e istintivo. Così il Faldone non è solo poesia, ma anche esercizio di disciplina mentale e agilità tecnica, qualità che un tempo hanno fatto di Ostuni un recordman e oggi sono alla base della sua scrittura.
Essere finalista al Premio Strega Poesia è per Ostuni un traguardo importante. La candidatura, dice lui, dà al Faldone una visibilità che dura mesi. Per lui, questo riconoscimento va oltre l’autore: è un premio che appartiene al libro stesso, ormai una creatura autonoma.
Il risultato porta anche una sorta di riconoscimento verso la casa editrice Il Saggiatore, che ha avuto il coraggio di pubblicare un testo corposo e complesso di oltre ottocento pagine, con una vasta appendice critica curata da Luigi Severi. La visibilità data dallo Strega serve a premiare quegli sforzi editoriali che rappresentano un atto di coraggio in un panorama poetico spesso difficile.
Guardando al passato, Ostuni ha ritrovato negli appunti giovanili i semi del Faldone. Prima ancora che il titolo prendesse forma nel 1997-98, l’idea di un’opera unica e complessa era già presente negli anni ’80, quando aveva quindici o sedici anni. Voleva raccogliere poesie divise per temi, un progetto che si è fatto più chiaro col tempo.
Nel 1991 nasceva l’idea di un “poema metafisico”, con numeri simbolici come il novantanove e concetti di asintoto che ancora oggi vivono nel testo. Alcuni passaggi del libro descrivono la sua stessa struttura in modo metaforico, con immagini di mongolfiere sgonfiate e caos controllato, a sottolineare l’equilibrio delicato tra forma e processo creativo nel Faldone. Questi ricordi offrono uno sguardo esclusivo sulla nascita di un libro che non smette mai di reinventarsi.
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