# Venezia celebra un secolo dalla prima di Turandot alla Scala, ma questa volta la scena si sposta dentro Palazzo Franchetti
Undici artiste dall’Asia centrale espongono lavori che rompono gli schemi: non sono solo favole antiche o principesse lontane, ma racconti di vita reale, con conflitti e sogni ancora vivi. Tra video, sculture, dipinti e installazioni, la mostra – firmata dalla Parasol Unit Foundation for Contemporary Art di Londra – crea un ponte tra tradizione e modernità, Oriente e Occidente, con un linguaggio che parla al presente senza dimenticare il passato.
L’idea di Turandot nasce dall’onda di orientalismo che attraversò l’Europa all’inizio del Novecento, ma il nome della principessa ha origini molto più antiche, radicate nei racconti persiani medievali. “Turandokht”, cioè figlia di Turan, richiama un’ampia area dell’Asia centrale, oggi divisa tra Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e territori vicini. Qui si incrociano storie millenarie, legate all’Impero persiano e attraversate da culture iraniche, turche e mongole. Questi intrecci si riflettono nelle opere esposte, che raccontano l’identità complessa di un territorio da sempre crocevia di popoli e tradizioni.
Le artiste mescolano linguaggi diversi, dai tessuti tradizionali alla videoarte, per portare alla luce racconti epici e temi sociali attuali. Palazzo Franchetti diventa così un luogo dove memoria antica e sensibilità contemporanea si incontrano, offrendo uno sguardo profondo sulle molte sfaccettature di una cultura in continuo mutamento. Il percorso si snoda tra miti, leggende e drammi moderni, filtrati attraverso la voce femminile.
Lida Abdul, nata in Afghanistan nel 1973, racconta la distruzione e le ferite lasciate dalla guerra nel suo paese. Nei suoi sei video brevi, che vanno dalla fine dell’invasione sovietica nel 1979 ai giorni nostri, l’artista mostra paesaggi e luoghi simbolici in rovina, come l’ex palazzo presidenziale di Kabul. Opere come White House e Dome raccontano il declino di identità culturali e sociali, trasformando spazi urbani e naturali in simboli di perdita ma anche di resistenza.
Saodat Ismailova, invece, porta avanti un dialogo tra mito e natura con 18.000 Worlds, un arazzo ispirato alle credenze sufi che vedono la Terra come uno tra migliaia di mondi. Il suo lavoro intreccia storie antiche e pratiche sciamaniche, evocando la spiritualità e la lunga tradizione narrativa dell’Asia centrale. È un ponte tra un passato antico e un presente ancora vivo.
Farideh Lashai si distingue per la ricchezza espressiva delle sue opere, che spaziano dalla pittura alla scultura, dalle installazioni ai video. La sua rilettura di Alice nel Paese delle Meraviglie diventa una riflessione politica sul destino dell’Iran contemporaneo. Il coniglio, guida inquietante e spettrale, attraversa paesaggi invernali che richiamano l’Iran, dipingendo un viaggio tra innocenza e smarrimento.
In opere come Gone Down the Rabbit Hole, il paese si trasforma in una testa di gatto che inghiotte il coniglio, simbolo dello spaesamento nazionale. Il ciclo evoca momenti traumatici, come la destituzione del Primo Ministro Mossadegh nel 1953, e mette in scena la perdita di sogni e speranze di un popolo. Attraverso simboli e metafore, Lashai riflette sulle crisi d’identità e le sfide politiche profonde.
La videoarte e l’animazione trovano spazio grazie a artiste come Tala Madani, Hera Büyüktașcıyan e Daria Kim. Madani, iraniana nata e cresciuta a Los Angeles, usa un umorismo nero nelle sue animazioni in stop-motion. In The Womb, un embrione cresce in un ambiente carico di tensione, dove immagini violente e conflitti si intrecciano fino alla ribellione finale con una pistola. Un racconto simbolico di vulnerabilità e aggressività.
Hera Büyüktașcıyan, turca, affronta in The Dream of a Falling Star il rapporto tra memoria e oblio, suono e silenzio, in uno spazio onirico che richiama conflitti e storie dimenticate. La sua tecnica stop-motion dà voce a realtà frammentate, sottolineando la complessità di identità multiple e passate travagliate.
Daria Kim, uzbeka con origini nella comunità coreana deportata da Stalin nel 1937, usa l’animazione per esplorare le conseguenze degli spostamenti forzati. Il suo lavoro intreccia storia e poesia, raccontando una memoria collettiva che supera confini geografici e temporali.
La mostra non si limita a presentare artiste nate in Asia centrale o vicina, ma racconta anche la diaspora culturale di oggi. Molte vivono e lavorano lontano dai loro paesi: Lida Abdul e Tala Madani a Los Angeles, Afruz Amighi e Huma Bhabha a New York. Mona Hatoum, di origini libanesi, e Madina Joldybek, nata in Kazakistan, operano a Londra. Daria Kim si divide tra Berlino e altre città.
Saodat Ismailova vive tra Tashkent e Parigi, Hera Büyüktașcıyan tra Istanbul, Berlino, Parigi e New York. Questa mobilità si riflette nella ricchezza culturale delle opere, capaci di parlare tanto di temi locali quanto universali. La curatrice Ziba Ardalan, iraniana cresciuta e formata in Occidente, ha scelto Venezia, crocevia storico tra Oriente e Occidente, per dare voce a queste storie complesse, spesso ai margini, ma piene di spunti preziosi.
L’esposizione racconta così non solo i luoghi di origine, ma anche i percorsi migratori, i dialoghi con culture diverse e le identità plurali. Un’occasione importante per riflettere sul ruolo delle donne nell’arte contemporanea e sul modo in cui l’Asia centrale entra nel discorso globale.
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