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Lo zen e l’arte di andare a funghi: riscoprire sé stessi e meditare immersi nella natura

«Il bosco ti insegna a rallentare», dice Matteo Righetto. E in effetti, andare a funghi non è solo trovare piccoli tesori nascosti tra foglie e tronchi. È qualcosa che si fa strada dentro, tra silenzi profondi e passi leggeri. Si lascia alle spalle l’asfalto, ci si immerge in un mondo dove il tempo sembra dilatarsi, dove l’unico rumore è il fruscio delle foglie o il canto lontano degli uccelli. Nel suo nuovo libro, Righetto non racconta solo una passeggiata: descrive un atto di libertà, un viaggio che porta a riscoprire se stessi.

Perdersi nel bosco per ritrovarsi

Righetto racconta come andare a funghi significhi avere il coraggio di lasciare i sentieri conosciuti e avventurarsi nell’ignoto. Questa scelta è una vera libertà, ma non quella comoda e scontata della vita di tutti i giorni. È una libertà fatta di fatica, impegno fisico e attenzione, perché il bosco non regala nulla a chi non sa guardare. Camminare tra alberi e radici significa imparare a convivere con l’imprevisto, a rallentare, a scoprire passo dopo passo.

Lasciare a casa mappe, orologi, notifiche e distrazioni digitali regala alla mente uno spazio quasi dimenticato. In questo ambiente, raccogliere funghi diventa una specie di meditazione attiva, dove l’attenzione si concentra sul qui e ora: il colore del cappello, la consistenza del terreno, la luce che filtra tra i rami.

La lentezza come chiave per riscoprire natura e sé stessi

Non è una corsa, quella nei boschi alla ricerca di funghi, ma una lenta immersione in un mondo che insegna la pazienza. Righetto spiega come la lentezza sia la via per ritrovare un modo di vivere più autentico, lontano dalla frenesia della vita moderna. Senza mappe digitali o orologi, si stacca completamente dal ritmo quotidiano per tornare a un orientamento più primordiale, fatto di sensi e elementi naturali.

In questo tempo dilatato si rinsalda un legame profondo con la terra, con gli alberi e con se stessi. La raccolta diventa così un momento non solo fisico, ma anche contemplativo. I funghi, fragili e nascosti, chiedono rispetto e attenzione — un atteggiamento che si riflette anche nel modo di vivere. Imparare a convivere con l’imperfezione e l’incertezza diventa un’esperienza diretta.

Lo zen della raccolta: senza orologi né mappe

Il titolo del libro richiama lo zen, ma senza rituali o regole rigide. Qui la pratica sta nel restare presenti, ascoltare il respiro e il silenzio, senza fretta. Camminare nel bosco diventa una meditazione in movimento, dove ogni passo è consapevole e ogni scoperta una piccola illuminazione.

Si impara a lasciar andare l’ansia di controllare tutto, ad accettare quello che si trova senza aspettarsi nulla. Il bosco, con le sue stagioni che cambiano e i suoi delicati equilibri, insegna che la vita procede per cicli e che ogni raccolta è un dono da rispettare. Questa filosofia applicata alla ricerca dei funghi spinge a riflettere sul rapporto dell’uomo con l’ambiente.

La montagna: teatro di un contatto vero con la natura

Righetto sceglie la montagna, luogo di natura intatta e complessa, come sfondo di questa esperienza. Qui il gesto di andare a funghi assume un significato in più, perché la montagna impone un rispetto speciale per gli spazi e le forme di vita. Le quote più alte e i sentieri meno battuti diventano il terreno ideale per questa pratica di lentezza e immersione.

Nel libro emerge il profilo di un’esperienza fisica e poetica, fatta di passi cauti ma curiosi. La montagna diventa il palcoscenico dove la natura si mostra nelle sue sfumature più intime e chi cammina riesce a ritrovare un equilibrio spesso perso.

Questa nuova edizione di Righetto invita a pensare al valore del tempo passato nella natura, a quel senso di libertà che si conquista solo con fatica e ascolto silenzioso della terra. Andare a funghi si trasforma così in una pratica essenziale, capace di rivelare molto più di quanto si possa immaginare.

Redazione

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