Quando l’arte incontra la fine del mondo, nasce qualcosa di potentemente vero. A Venezia, nella project room di Ca’ Pesaro, Giuseppe Di Liberto mette in scena “Per sempre, fino alla fine”, un viaggio visivo che tocca la rivelazione e la trasformazione. Non è un caso isolato: l’influenza di filosofi come Federico Campagna, che muove tra Londra e Ginevra, si fa sentire forte anche qui, intrecciando pensiero e immagine. Un progetto che non cerca clamore, ma parla con forza di ciò che sta cambiando dentro e fuori di noi.
Federico Campagna è ormai un punto di riferimento per chi si interessa di metafisica oggi e di come questa si intrecci con la cultura. Insegna al Royal College of Art di Londra e dirige la scuola d’arte Agora a Ginevra. Negli ultimi anni ha pubblicato libri importanti come Magia e tecnica , Cultura profetica e il prossimo Altrimondi . Le sue riflessioni su questioni esistenziali e culturali trovano eco anche nel mondo visivo. Nel 2025, la rassegna 8albe in Val di Noto, curata da Lucia Pietroiusti, si è ispirata al suo pensiero per affrontare temi come cosmogonia e apocalisse. Il suo lavoro fa da filo rosso anche alla mostra veneziana di Di Liberto, che si muove proprio tra filosofia, arte visiva e temi apocalittici, mettendo a confronto tradizione, media digitali e questioni esistenziali.
La mostra di Di Liberto a Ca’ Pesaro ruota intorno all’installazione che dà il titolo al progetto. All’inizio, si vede una superficie fatta di lastre di calcestruzzo sul pavimento. Sembra un’opera minimalista, quasi austera. Ma con il passare del tempo cambia tutto. Ogni ora, dei nebulizzatori spruzzano acqua sulla superficie, che penetra nel calcestruzzo. L’artista ha usato una vernice idrorepellente trasparente per creare immagini che si rivelano solo al contatto con l’acqua e poi scompaiono mentre la superficie si asciuga. Così si attiva un gioco in continuo mutamento: le immagini appaiono per pochi minuti e poi svaniscono.
A completare l’esperienza, una fragranza ideata da Alessandra Avanzi accompagna l’opera. Le note di carbone e legno bruciato evocano il dialogo tra acqua e fuoco, simboli di distruzione e rinascita. Questa scelta olfattiva aggiunge una dimensione più intensa, quasi corporea, all’esperienza visiva, sottolineando il tema della trasformazione ciclica che attraversa l’opera.
Per capire a fondo Per sempre, fino alla fine, vale la pena soffermarsi sul significato della parola “apocalisse”. Marta Cereda, curatrice del progetto, ricorda che il termine va inteso nella sua origine: “rivelazione”. Non solo catastrofe o fine del mondo, come spesso si pensa, ma momento in cui si svela ciò che era nascosto.
L’opera di Di Liberto mette in luce questa doppia natura. Le immagini che emergono dal calcestruzzo mostrano un cammeo con barche tra le onde, elementi naturali che parlano di fragilità e mistero della vita. Intorno, una composizione floreale racchiude il tutto, mentre spicca un dettaglio funebre: un cranio, un memento mori che invita a riflettere sulla mortalità. L’artista ha pescato a fondo, attingendo da fonti diverse: miniature medievali, riferimenti alla cultura digitale come meme e clip di TikTok, e iconografie religiose legate alla dannazione. Tutto questo crea un archivio visivo personale, un atlante dove passato e presente si intrecciano in un racconto complesso e stratificato.
L’opera di Di Liberto mette in scena un forte contrasto tra ciò che appare e ciò che si nasconde. Le immagini durano il tempo di bagnarsi e asciugarsi, creando un continuo gioco di apparizione e sparizione. Non è solo un effetto visivo, ma un pensiero profondo sul senso della fine. L’apocalisse, per chi vive, è qualcosa di sfuggente, spesso difficile da capire. Per l’artista, invece, è un’esperienza ciclica, che torna e si rinnova.
Come sottolinea Campagna nei suoi scritti, parlare di apocalisse significa riconoscere che non esiste un solo finale definitivo. La storia è fatta di cadute di imperi, sparizioni di culture, estinzioni di specie. L’impermanenza è una costante. Le apocalissi, personali o collettive, si succedono senza sosta. L’opera di Di Liberto incarna questa visione, invitandoci a vedere la fine come un passaggio, un momento necessario che apre la strada a qualcosa di nuovo. Un messaggio che si riflette nel titolo, intenso e poetico: Per sempre, fino alla fine.
Ca’ Pesaro a Venezia ospita questa installazione fino al 6 settembre 2026, offrendo a chi la visita un’occasione rara di riflessione sull’arte contemporanea e i suoi legami con filosofia e storia culturale. L’esperienza di Di Liberto si presenta come un libro aperto, dove la fine coincide con un nuovo inizio e la rivelazione diventa strumento per esplorare presente e futuro.
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