A Palermo, dentro le mura della RizzutoGallery, Francesca Polizzi trasforma rovine e natura in un racconto visivo che sfida il tempo. Le sue sculture non sono solo frammenti: sono ponti tra ciò che è stato e ciò che può rinascere. Lunaria, la mostra che porta la sua firma, si posa su quell’attimo sospeso dove la memoria si intreccia con la trasformazione, rivelando la bellezza nascosta nell’imperfezione. Qui, ogni pezzo racconta una storia di resistenza e mutamento, come un dialogo silenzioso tra passato e futuro.
Il titolo della mostra prende spunto dalla Lunaria annua, pianta i cui semi sono racchiusi in capsule trasparenti che sembrano piccole lune. Polizzi le riproduce in ottone e bronzo, materiali preziosi ma leggeri, capaci di muoversi al minimo soffio d’aria. Questi dischi delicati evocano la ciclicità del tempo, scandito dalle fasi lunari, un continuo trasformarsi della materia tra vita e destino terreno. Così l’installazione si fa ponte tra natura e simbolo, tra realtà e metafora.
Il lavoro di Polizzi è spesso fatto di incontri: tra il mondo vegetale e quello architettonico, tra grottesche, stalattiti e strutture antiche come colonne e archi, anche ispirati ai “muqarnas” dell’arte islamica. Questi elementi, a volte imponenti, altre volte minuti e fragili, sono resti sospesi tra vita e decadenza, dove il naturale si mescola con l’artificiale. La grande scultura Volta, realizzata in ferro, lana e gesso, sintetizza questo dialogo. Capovolta come una volta a crociera, sovverte lo spazio e la percezione, suggerendo caduta e oscillazione, creando un teatro senza tempo dominato da un equilibrio precario. La lana grezza, spesso usata da Polizzi, diventa materiale generativo, legato al corpo, alla tradizione pastorale e ai cicli agricoli, richiamando un legame profondo con i ritmi della natura.
La lana grezza si trasforma in campo di sperimentazione per Polizzi. Con tecniche che vanno dalla stampa digitale alla pittura a encausto, fino alla serigrafia con inchiostri di ruggine, l’artista crea arazzi-scultura da appendere alle pareti. Le superfici, spesse e irregolari, ricordano grotte, formazioni rocciose e paesaggi antichi. In opere come Tillite, il rilievo parla di erosioni millenarie, di fossili di paesaggi abitati da segni primordiali e rifugi. Accanto, Enantis II, un dittico verticale, richiama l’ingresso di un tempio o di una grotta sacra, con stalattiti che segnano il confine tra ombra e luce, passato e presente. Qui la memoria dei luoghi si fonde con una percezione fluida e contemporanea.
Con Elegia, Polizzi fa un passo nuovo, introducendo la ceramica come protagonista. L’installazione si compone di un doppio portale in legno intagliato, gotico, che fa da palcoscenico a sculture di dimensioni medie. La lana, usata come legante, si consuma in cottura, lasciando segni e buchi che trasformano l’argilla dall’interno. Le sculture sono architetture scheletriche: absidi, colonne, nicchie e scalinate ridotte a ruderi, non più vive ma testimoni di un processo alchemico di trasformazione. Questi monoliti fragili ricordano i lavori di maestri del Novecento come Fontana e Giacometti, dove la forma si muove tra figura e astrazione, tra segno e residuo.
La forza delle opere di Polizzi sta proprio nella capacità di unire fragilità e solidità, mantenendo un senso tattile anche quando tutto sembra dissolversi. Le sue creazioni abitano un “tempo puro”, per dirla con Marc Augé, un tempo vissuto dall’individuo nell’intimità, fuori dalla storia ufficiale. Le rovine, così, non sono solo segni del passato, ma chiavi per leggere il rapporto tra memoria e futuro, tra presenza e oblio. In un’epoca piena di immagini e simulacri, dove le macerie raramente diventano vere rovine, l’arte di Polizzi crea uno spazio alternativo, un luogo dove accogliere il cambiamento e il destino mutevole delle cose.
La mostra “Lunaria” di Francesca Polizzi resta aperta fino al 20 giugno 2026 alla RizzutoGallery di Palermo, offrendo un viaggio intenso tra natura, storia e tempo che si trasforma.
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