Nel cuore della Biennale di Venezia 2026, il padiglione olandese lancia una sfida netta. Dries Verhoeven ha creato “The Fortress”, un’esperienza che non si limita a raccontare, ma che mette alla prova la percezione stessa dell’Europa. Qui non si tratta di decifrare messaggi criptici o di godere passivamente dell’arte. Il visitatore entra in un luogo chiuso, avvolto nella penombra, e si trova di fronte a un continente diviso, costretto a confrontarsi con le sue contraddizioni più profonde. Un invito a resistere, a non fuggire davanti a un’immagine di Europa che spesso appare più costruita che reale.
Il progetto ruota attorno al padiglione olandese, nato dall’idea di Gerrit Rietveld come un simbolo di apertura e modernità. Qui Verhoeven, insieme alla curatrice Rieke Vos, mette in scena un’altra verità. La luce naturale sparisce, le imposte metalliche si abbassano lentamente fino a inghiottire lo spazio in un’oscurità crescente. Questa chiusura progressiva diventa una metafora concreta del ritiro europeo dietro mura invisibili. Il visitatore si trova quasi bloccato, accompagnato solo da suoni gutturali, respiri affannati e grugniti tipici del death metal, eseguiti da performer nascosti nelle ombre.
Lo spazio perde così il suo volto architettonico originario e si trasforma in un meccanismo sensoriale e psicologico che genera tensione e disagio. Non è solo una questione estetica, ma un’occhiata critica alle politiche di protezionismo, a quell’illusione di apertura postbellica che nasconde diffidenza e paura. La fortezza si chiude su se stessa, nelle sue trame architettoniche e sonore, incarnando la spirale di isolamento che l’Europa sembra attraversare oggi.
Il cuore di “The Fortress” è la contraddizione profonda tra l’immagine morale che l’Europa si racconta e le sue azioni politiche e sociali quotidiane. Verhoeven lo spiega con chiarezza: l’Unione vive una “dissonanza cognitiva”, un gap tra ciò che vorrebbe essere — una civiltà aperta, illuminata e pacifica — e ciò che realmente fa, spesso chiudendosi e proteggendosi dall’altro.
Questa spaccatura si riflette anche nella Biennale stessa. I Giardini sono quasi una capsula del tempo che conserva un’idea occidentale di ordine e purezza formale, ma sotto la superficie si nascondono poteri geopolitici e meccanismi di esclusione. “Dov’è la Nigeria? Dov’è la Palestina?” si chiede l’artista, sottolineando come la rappresentazione nazionale confermi un ordine mondiale superato, che lascia fuori molte nazioni e voci.
L’opera invita a guardare anche all’idea di neutralità culturale degli spazi d’arte, spesso più un’illusione che una realtà. Le istituzioni artistiche, lungi dall’essere semplici luoghi di dialogo, diventano strumenti di soft power, posti dove si costruisce consenso e reputazione internazionale in modo sottile.
L’atmosfera intensa della performance va oltre l’estetica e arriva al nodo politico, facendo percepire un senso di fragilità quasi tangibile. “The Fortress” racconta questa ambivalenza: c’è ancora una possibilità di cambiare rotta, ma è accompagnata da una confusione paralizzante su come farlo.
Le reazioni contemporanee alla crisi — da un lato aggrapparsi al benessere passato, dall’altro esplodere in aggressività per sentirsi minacciati — si traducono nello spazio chiuso e nel coinvolgimento fisico del pubblico. Il discorso politico di Donald Trump, riassunto nel disperato “America is great”, diventa metafora di questa lotta feroce per mantenere un’identità che vacilla.
La scelta del death metal come colonna sonora serve proprio a comunicare un disagio primordiale, istintivo, che va oltre l’approccio razionale a cui spesso l’arte contemporanea ci ha abituati.
Verhoeven affronta senza giri di parole il dibattito sugli “spazi sicuri” nel mondo dell’arte, ma senza polemica. “The Fortress” è un ritratto di un mondo dove le istituzioni cercano di offrire protezione emotiva, mentre fuori regna il caos e il dolore.
La Biennale è piena di avvertimenti e proposte rassicuranti, ma dietro c’è una fragilità diffusa, un bisogno di protezione più che il coraggio di confrontarsi con il disagio. L’opera olandese rifiuta questa strada, mettendo il visitatore in uno stato di inquietudine che stimola un’esperienza meno controllata, più sensoriale e mentale.
Secondo l’artista, l’arte deve tornare a scuotere, a risvegliare reazioni profonde e irrazionali, non solo a spiegare contenuti con linguaggi mediati. Serve un’immagine capace di raccontare non solo sogni di salvezza, ma anche gli incubi del presente.
Il padiglione dei Paesi Bassi è stato il primo a chiudere temporaneamente in solidarietà con il movimento ANGA, che protesta contro la presenza israeliana ai Giardini. Un gesto che ha aggiunto un peso politico e simbolico al progetto.
Verhoeven è convinto che queste tensioni non spariranno presto. Ci vogliono anni, a volte decenni, prima che questioni di giustizia sociale trovino spazio nel mondo dell’arte istituzionale. La protesta contro l’apartheid in Sudafrica resta un esempio di cambiamento lento, ma necessario.
Per l’artista, molti creativi oggi vogliono smettere di fare i “decoratori morali” di istituzioni che mantengono sistemi contraddittori. La Biennale deve guardare in faccia questi problemi, o rischia di diventare una macchina nostalgica, incapace di raccontare il presente davvero.
Nell’intervista emerge una domanda chiave: l’arte può davvero affrontare i problemi del suo tempo? Capolavori come Guernica restano importanti, ma nessuna opera da sola può risolvere crisi o sostituire l’azione politica.
Per Verhoeven, la forza dell’arte sta proprio nel restare dentro il caos e la difficoltà, senza offrire risposte facili. Ambiguità, complessità e mistero sono gli strumenti per denunciare la realtà senza ridurla a propaganda.
A differenza di molte proposte della Biennale 2026, che cercano posizioni nette e rassicuranti, “The Fortress” lascia il pubblico sospeso in un equilibrio instabile. Lo costringe a interrogarsi, a uscire dalla semplice contemplazione per vivere un’esperienza critica e sensoriale intensa.
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