Clark non avrebbe mai pensato che dietro una porta nascosta in un mobilificio di periferia si celasse un incubo a occhi aperti. Architetto in crisi, si ritrova catapultato nelle “backrooms”, un labirinto di stanze senza tempo né logica, dove ogni angolo sembra sfuggire alla realtà. È un luogo inquietante, fatto di silenzi pesanti e di una paura sottile che si insinua piano, firmato da un giovane regista emergente partito da YouTube. In quel mondo straniante, Clark affronta i fantasmi della sua vita, tra fallimenti personali e professionali, trascinando chi guarda in un viaggio sospeso tra mistero ed emozione.
Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, non è un semplice protagonista: è un uomo bloccato nel baratro della sua esistenza. Ha provato a rilanciare il mobilificio di famiglia con video autopromozionali, ma senza successo. Nel frattempo, il suo matrimonio è andato in pezzi, peggiorando una situazione già fragile. Anche la lotta contro l’alcol pesa come un macigno. Nel tentativo di trovare una via d’uscita, Clark si affida a Mary Kline, un’analista interpretata da Renate Reinsve, che potrebbe essere la sua ancora di salvezza. Ma i loro dialoghi restano tesi, poco naturali. La routine di Clark, fatta di delusioni e tentativi falliti, cambia quando scopre un varco nel suo negozio. Quel passaggio segreto lo porta in una dimensione aliena, fatta di corridoi giallastri senza fine e stanze che sembrano uscite da un quadro metafisico. Ogni ambiente è scollegato dall’altro, popolato da presenze inquietanti. È un labirinto mentale, opprimente e disorientante.
Dietro “Backrooms” c’è Kane Parsons, promessa emergente dell’horror contemporaneo. Nel 2019, a soli sedici anni, ha creato una serie di corti in stile found footage che hanno subito fatto parlare di sé sul web. Quei filmati raccontavano la leggenda delle “architetture impossibili”: spazi nascosti nel mondo reale dove la logica si perde. Con lo sceneggiatore Will Soodik, Parsons ha trasformato quell’idea in un lungometraggio, coinvolgendo un cast di spessore, a partire da Chiwetel Ejiofor, noto per “12 anni schiavo”. Passare da YouTube al grande schermo non è stato semplice: l’universo del film a volte perde la forza originaria, appesantito da qualche buco narrativo.
La vera forza del film è la prova di Ejiofor, capace di portare lo spettatore dalla disperazione a una paura sottile senza mai perdere intensità. Renate Reinsve, nel ruolo dell’analista, offre un contrappunto importante, interpretando un personaggio fragile e parallelo a Clark. Tra loro c’è dialogo, ma anche distanza, con silenzi che pesano quanto le parole non dette.
Le backrooms sono il cuore pulsante del film. Un mondo fatto di corridoi infiniti illuminati da una luce spettrale e stanze cariche di segni inquietanti. Gli spazi ricordano quadri metafisici, con un vuoto che domina ogni cosa. La regia di Parsons costruisce la tensione piano piano, puntando più sul senso di smarrimento che sull’orrore visivo diretto. Il dramma psicologico si alterna a momenti di ansia sottile, sostenuti anche dalla colonna sonora che accompagna senza mai prevaricare.
Ma non mancano le critiche. Alcuni giudicano la gestione della paranoia poco convincente. L’inizio è troppo lento e rischia di annoiare. Lo spettatore, come Clark, resta spesso sulla superficie delle backrooms, senza approfondire davvero la loro natura o il mistero che dovrebbero custodire. Nonostante qualche scena efficace, il film non sfrutta appieno il potenziale del suo concept. La magia di questo spazio liminale rimane in parte irrisolta.
“Backrooms” si presta a molte chiavi di lettura. Le stanze possono essere viste come uno specchio della mente umana, un luogo metaforico dove si perdono le regole di logica ed emozione. Clark e Mary rappresentano il disagio psicologico e il tentativo di uscire dall’isolamento emotivo. L’ambientazione diventa così il subconscio, un mondo intangibile ma fondamentale per capire la psiche.
Altri leggono il film come un esperimento umano, una sorta di confine tra realtà e irrealtà, simile a certi universi fantascientifici come “Stranger Things”. Le backrooms diventano un territorio ambiguo, colonizzato dall’uomo, che mette in discussione il rapporto tra percezione e verità.
C’è la mano di un autore giovane e originale, che ha costruito una storia solida, anche se non del tutto sviluppata, capace però di catturare l’interesse. Kane Parsons ha talento e originalità, e “Backrooms”, uscito il 27 maggio 2026 con I Wonder Pictures, segna un punto di partenza promettente per una carriera da seguire. Un film che conferma l’attenzione crescente verso un horror sempre più innovativo e sperimentale.
Il 29 giugno 2026, piazza San Marco a Venezia avrebbe dovuto vibrare al ritmo di…
Dieci anni fa, a Vicenza nasceva Ronzani Editore. Oggi quella stessa casa editrice spegne le…
Il 26 dicembre 2004, uno tsunami devastò la costa thailandese, cancellando intere vite in un…
Entrare in una stanza d’hotel e sentirsi avvolti da un’opera d’arte, non come spettatore distratto,…
L’amore è una pessima idea, dice uno dei personaggi di Innamorarsi e altre pessime idee,…
Quando tre mondi musicali si incontrano, il risultato può sorprendere. È il caso di Guè,…