Gli animali cambiano davanti ai nostri occhi, senza sforzo, quasi come fosse normale. Ma per noi umani, guardare il proprio corpo trasformarsi è tutt’altro che semplice. È uno specchio di come ci sentiamo dentro, delle aspettative che ci costruiamo e delle pressioni sociali che ci impongono standard rigidi. Ci domandiamo spesso se conta di più la meta o il cammino, se esista davvero un modello di perfezione a cui tendere. Passiamo anni inseguendo un ideale di corpo “perfetto”, che però sembra sfuggirci continuamente, come un’ombra che muta sotto la luce. Francesca Mattei, in “Come si smette di avere una faccia – Variazioni sul corpo”, non si limita a descrivere la forma fisica: esplora il corpo come terreno di appartenenza, genere e cultura, intrecciando la nostra identità alle coordinate sociali che ci plasmano ogni giorno.
Nel nostro immaginario resiste ancora l’idea di una “forma definitiva”, un punto d’arrivo che chiude un capitolo, celebra una vittoria. Ma la natura insegna altro: gli animali si trasformano continuamente, si adattano. Anche il corpo umano segue questa fluidità, anche se spesso lo dimentichiamo. Lo consideriamo un progetto da completare, qualcosa da perfezionare. Così la vita diventa solo la preparazione a quella forma finale, al corpo “migliore” possibile. Questa visione mette pressione, spinge a migliorarsi sempre, a modellarsi. E così si perde di vista il valore del corpo nel momento presente, il suo essere spazio vissuto e tempo concreto. La ricerca costante della perfezione genera ansia, disagio e alimenta standard irraggiungibili che finiscono per escludere e discriminare.
In più, questa corsa verso un corpo “definitivo” ignora le differenze culturali e sociali. Chi stabilisce cos’è la forma perfetta? E quali corpi rientrano in quei canoni? Spesso corpi queer, non bianchi o non femminili restano fuori da questo racconto, visti come deviazioni o eccezioni. Il concetto di normalità diventa una gabbia, un limite che impedisce di esprimersi e di valorizzarsi. È una questione di riconoscimento sociale: solo un corpo accettato viene considerato “giusto”. Tutto il resto rischia di essere escluso, invisibile.
Nella società di oggi, l’aspetto fisico pesa più di quanto si voglia ammettere. Il giudizio esterno si basa su criteri culturali precisi, che non guardano solo all’estetica ma anche a stereotipi di genere, etnia e orientamento sessuale. I corpi femminili, per esempio, sono sotto la lente d’ingrandimento e spesso giudicati duramente, incastrati in modelli di bellezza imposti dai media e dalla storia. Le persone queer si trovano a dover affrontare stereotipi che le relegano ai margini o addirittura le etichettano come “diverse”. Anche le persone di colore devono fare i conti con pregiudizi visivi che spesso si traducono in esclusione sociale o difficoltà sul lavoro.
Questi meccanismi creano una gerarchia implicita ma molto concreta: alcuni corpi sono celebrati, altri emarginati. La validazione sociale non è mai neutra, decide chi può essere visibile e chi resta nell’ombra. Parlare del corpo significa mettere a nudo i rapporti di potere e le strutture culturali che li sostengono. Il corpo diventa così un campo di battaglia dove si intrecciano identità personali e norme collettive, dove si decidono inclusione ed esclusione. Chi si discosta dalle aspettative deve affrontare ostacoli quotidiani che vanno ben oltre l’apparenza.
Non si tratta solo di un’esperienza personale, ma di un vissuto modellato da storie che passano attraverso media, scuola e relazioni sociali. Come il corpo viene rappresentato in libri, pubblicità e cinema fissa immagini e idee che poi si fanno strada nelle nostre teste. Quando i corpi non conformi spariscono da questi racconti, la società tende a considerarli “anormali”. Questo rende più difficile riconoscersi, accettarsi, affermare le proprie differenze.
Le parole diventano così strumenti potenti per capire e riscrivere il corpo. Scrivere di corpi significa aprire uno spazio a storie spesso taciute o ignorate. Significa rompere stereotipi e dare voce a chi non l’ha mai avuta. Il libro di Francesca Mattei vuole proprio questo: mettere in discussione le vecchie categorie per far spazio a tanti modi diversi di vivere il proprio corpo. La riflessione apre a uno sguardo meno giudicante e più inclusivo, capace di vedere il corpo come un luogo in continua trasformazione e non solo come risultato finale.
Guardare al corpo diventa così un esercizio complesso. La sfida è accettare la diversità come qualcosa di normale, non come un’eccezione. Oggi più che mai, allargare i confini di ciò che consideriamo possibile o accettabile è fondamentale per costruire una società più giusta. E in questo processo, le parole e le storie giocano un ruolo decisivo.
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