
Tommaso Calabro spegne le luci delle sue gallerie a Milano e Venezia, chiudendo un capitolo durato otto anni. Nel 2016 aveva trasformato quegli spazi in vere e proprie fucine culturali, capaci di richiamare l’attenzione di addetti ai lavori e appassionati. Ora, a poche settimane dalla Biennale di Venezia 2024, la notizia della chiusura definitiva sorprende e lascia un vuoto nel panorama dell’arte contemporanea italiana. Non è una pausa, ma un addio che scuote chi, fino a ieri, vedeva in Calabro uno dei nomi più vivaci e innovativi del settore.
Da Feltre a Londra, poi Milano: la strada di Calabro nel mondo dell’arte
Tommaso Calabro è nato a Feltre, in provincia di Belluno, nel 1990. Con un talento evidente, ha costruito la sua carriera con impegno: laurea in Economia alla Bocconi, master al Courtauld Institute e al King’s College di Londra, due scuole di primo piano per storia dell’arte e curatela. A soli ventisei anni entra nel circuito internazionale, prendendo la guida di una galleria londinese di prestigio, la Nahmad Gallery. Questa esperienza gli apre molte porte nel mondo dell’arte contemporanea. Nel 2018 torna in Italia con un bagaglio di relazioni e competenze importanti e apre la sua prima galleria a Milano, in un palazzo storico di Piazza San Sepolcro, con oltre 300 metri quadrati di spazio espositivo. Qui si fa notare subito per la scelta delle mostre, spesso dedicate a grandi galleristi del passato come Alexander Iolas o Carlo Cardazzo, cercando un dialogo vivo tra storia e contemporaneo.
Cambio di sede e nuova apertura a Venezia: un rilancio tra tradizione e contemporaneo
Dopo cinque anni a Piazza San Sepolcro, arriva un cambio forzato. I proprietari del palazzo decidono di vendere, costringendo Calabro a cercare un nuovo spazio. Così si trasferisce in Corso Italia, sempre a Milano, in una location meno imponente ma comunque strategica. La programmazione non si ferma: spiccano mostre di livello, come quella dedicata a Leonor Fini e il suo rapporto con il teatro, un esempio di come raccontare l’arte in modo originale. Ma la vera novità è l’apertura di una seconda galleria a Venezia, inaugurata nella primavera del 2024, in vista della Biennale. Il nuovo spazio si trova nel prestigioso Palazzo Donà Brusà, nel cuore di Campo San Polo, portando un valore storico e culturale aggiunto all’offerta di Calabro. Questo progetto conferma la sua visione, un ponte tra passato e ricerca contemporanea.
Perché Calabro ha deciso di chiudere: mercato difficile e voglia di cambiare rotta
Proprio alla vigilia della Biennale 2024, in ambienti legati all’arte si diffonde la notizia della chiusura definitiva delle gallerie di Calabro. Una scelta che arriva dopo una riflessione non facile. Il mercato dell’arte in Italia si fa sempre più frammentato e complicato, e portare avanti progetti originali diventa una sfida. Calabro avrebbe confidato ad amici e collaboratori una certa insoddisfazione: “Se in sei mesi ho fatto due volte una mostra su Leonor Fini, significa che le idee nuove sono finite”. La voglia di cambiare, di dedicarsi a nuovi progetti o ruoli nel mondo culturale, ha preso il sopravvento, facendo passare in secondo piano la gestione degli spazi fisici, forse meno adatti a nuove forme di espressione e organizzazione.
Cosa attende Calabro: tra collezionismo, curatela e nuovi modi di lavorare nell’arte
Resta da capire quale strada prenderà Calabro dopo questa svolta. Con un passato da giovane promessa e una rete di contatti tra le più interessanti in Europa, le possibilità non mancano. Tommaso ha spesso detto di sentirsi prima di tutto un collezionista, più che un gallerista: questa dimensione personale potrebbe diventare il centro del suo futuro. Non è escluso che possa scegliere la via della curatela indipendente, mettendo a frutto gusto e preparazione per organizzare mostre o eventi senza dover gestire uno spazio espositivo. Un’altra ipotesi è quella di lavorare come mercante senza galleria, una formula sempre più diffusa che offre flessibilità e aperture sul mercato globale. Qualunque sia la scelta, la giovane età e il talento di Calabro fanno pensare che il suo nome continuerà a farsi sentire nelle cronache dell’arte italiana anche negli anni a venire.
