La follia non è una condanna, ma un altro modo di vedere il mondo. Mario Tobino, medico e poeta, ha scritto queste parole con la delicatezza di chi conosce il dolore senza giudicarlo. Nel 1943, in un manicomio toscano, quella visione prende forma tra le mura fredde e le vite spezzate di donne rinchiuse contro la loro volontà. È qui che si muove “Le libere donne di Magliano”, la nuova serie di Rai 1 che racconta la battaglia silenziosa per la libertà femminile in un tempo di guerra e pregiudizi. La follia, in questo contesto, non è solo una malattia, ma un atto di coraggio estremo, un grido di libertà che sfida le convenzioni e le sbarre.
La serie nasce dall’esperienza diretta di Mario Tobino, che per quarant’anni ha guidato la divisione femminile del manicomio di Maggiano, a Lucca. Il racconto si ispira al suo romanzo autobiografico del 1953, un testo che unisce realismo e poesia. L’idea di portare la storia in tv è nata molti anni fa, con un primo interesse di Federico Fellini e un adattamento di Peter Exacoustos, ma solo ora, grazie alla collaborazione tra Rai Fiction e Endemol Shine Italy, il progetto è diventato realtà, debuttando a marzo 2024.
Sullo sfondo c’è la seconda guerra mondiale, un’epoca in cui le donne erano spesso private di libertà e diritti. Tobino si presenta come un medico fuori dagli schemi, pronto a mettere in discussione i metodi repressivi e a cercare un rapporto umano con le internate. La fiction intreccia queste vicende con quelle di alcune figure chiave: Margherita Lenzi, rinchiusa contro la sua volontà, e Paola Levi, staffetta partigiana e amore passato di Tobino. Un intreccio che mette a nudo le contraddizioni di quegli anni e la forza di donne chiuse ma mai domate.
Tra le protagoniste spicca Lilli, interpretata da Gea Dall’Orto, giovane attrice fiorentina nata nel 2000. Il personaggio incarna la gioventù costretta dentro il manicomio e la scelta della follia come ultima via di libertà. Gea racconta che per entrare nel ruolo ha studiato a fondo i testi di Tobino, che descrivono pazienti reali, con storie cariche di dolore e sfumature. La regia ha scelto di non usare mai la parola “malattia”, preferendo un approccio quasi onirico, che lascia spazio a una rappresentazione simbolica e delicata.
Per dare corpo alla fragilità di Lilli senza cadere nei soliti cliché, Gea ha sfruttato la sua formazione nella danza, creando movimenti che evocano spasmi e contrazioni con dignità e poesia. Un lavoro fatto insieme a Simone Zambelli, attore e ballerino, con cui ha costruito un linguaggio gestuale capace di amplificare l’emozione del personaggio. Il set, allestito in un’ala dismessa di un ospedale, ha contribuito a creare un’atmosfera intensa e avvolgente. La sintonia con le altre attrici ha reso possibile trasmettere davvero quel senso di libertà che la serie vuole raccontare.
Attraverso queste storie di sofferenza e resistenza, la serie mette al centro un tema che resta di grande attualità: la salute mentale e il suo impatto sulla vita delle donne. Nel 1943, il manicomio era un luogo di segregazione, spesso scelto dalle famiglie per tenere sotto controllo donne considerate “fuori norma”. Tobino si oppose a questa visione, convinto che dietro la malattia mentale ci fosse una dimensione umana e poetica da rispettare e comprendere.
Attraverso i personaggi di Margherita e Paola, la narrazione mette in luce la mancanza di diritti e libertà femminile di quegli anni, ma anche la forza che può nascere dall’esperienza condivisa e dalla solidarietà. La storia di Lilli porta poi l’attenzione su bambine internate, vittime di abusi che le privano del futuro.
Questi temi restano attuali anche oggi, in un tempo in cui il rapporto con la salute mentale è più aperto, ma ancora segnato da molti tabù. Gea Dall’Orto riflette sulla difficoltà della nostra generazione nel prendersi cura di sé e trovare momenti di solitudine per affrontare i propri disagi. Così, la serie non è solo uno sguardo al passato, ma anche un invito a un dialogo sul presente, sulla libertà e sulla dignità umana.
Accanto a Lino Guanciale, che interpreta Tobino, ci sono Gaia Messerklinger nel ruolo di Paola Levi e Grace Kicaj in quello di Margherita Lenzi. A sorpresa, anche Fabrizio Biggio, attore noto per ruoli comici, si cimenta in una parte drammatica che dà profondità al racconto. L’intesa tra gli attori è stata fondamentale per costruire un mondo credibile e coinvolgente.
Gea Dall’Orto sottolinea come la leggerezza di Biggio abbia aiutato a rendere più umane le scene, senza perdere la tensione della narrazione. Le attrici hanno lavorato in sintonia, riuscendo a ricreare quell’empatia e quel senso di comunità che il manicomio poteva offrire: un luogo dove la sofferenza diventava anche resistenza.
Il set ha permesso di immergersi a fondo nei personaggi e nelle loro sfumature, un lavoro che ha richiesto rigore e sensibilità. Le attrici hanno dato voce e corpo a donne spesso dimenticate, restituendo al pubblico le loro storie con autenticità.
Dopo questa esperienza intensa, Gea Dall’Orto guarda avanti con un progetto teatrale in arrivo. Ha appena concluso un periodo a Londra dedicato allo studio di Shakespeare, fonte d’ispirazione per il suo primo monologo, intitolato “Come si mette a letto un padre?”.
Il cinema, al momento, attraversa una fase di stallo, ma l’attrice continua a cercare ogni occasione per crescere artisticamente. “Le libere donne di Magliano” rappresenta una tappa importante per lei, che ha dimostrato di saper affrontare ruoli complessi con passione e consapevolezza.
Nel panorama attuale, la serie si conferma un progetto capace di unire memoria e riflessione sociale, con una narrazione coinvolgente e un cast all’altezza. Il ritorno in tv di una storia così restituisce, con rigore e delicatezza, volti e voci spesso dimenticati.
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