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Davide Monaldi e la rinascita della ceramica: arte tra ironia e malinconia a Milano

Nel cuore di Milano, tra luci soffuse e spazi raccolti, le sculture di Davide Monaldi raccontano storie di fragilità e ironia. Lui, nato nel 1983 a San Benedetto del Tronto, non ha mai cercato la ceramica: è stata lei a trovarlo, quasi per caso, e da vent’anni ormai ne è complice fedele. Le sue opere sfidano la materia, intrecciando leggerezza e malinconia, come un dialogo silenzioso tra forma e sentimento. Alla Galleria Ncontemporary, la sua ultima mostra unisce passato e presente in installazioni che si fanno spazio, gioco di ombre e luce, riflesso di un tempo che ci appartiene e allo stesso tempo ci sfugge.

Dagli inizi alla svolta: come gli incontri hanno segnato Monaldi

Quando Monaldi ha iniziato a vedere la scultura come strumento espressivo, il suo percorso era ancora agli albori. Negli anni alla R.U.F.A. di Roma, la scultura ha preso un ruolo inaspettato. Il contesto raccolto ha fatto da cassa di risonanza, specialmente grazie al rapporto intenso con il docente Davide Dormino, decisivo per la sua crescita. Partiva da un background di disegno e grafica, ma sentiva stretto il mondo bidimensionale; cercava qualcosa di più concreto, capace di tradursi nello spazio e nella forma senza troppi passaggi tecnici. La ceramica si è imposta quasi naturalmente, perché permetteva un contatto diretto con la materia, una modellazione immediata, senza filtri o mediazioni. Quel “contatto fisico” con l’argilla ha cambiato il suo modo di vedere e fare arte.

Tra gli artisti che lo hanno influenzato in quegli anni spicca Klara Kristalova, per la sua capacità di animare figure scultoree con un tratto delicato e misterioso. Quanto ai grandi nomi della ceramica italiana del Novecento, come Lucio Fontana e Leoncillo, Monaldi riconosce il loro valore, ma non si è mai sentito legato direttamente al loro stile. Nei primi anni, attorno al 2008, la ceramica era ancora vista come un’arte decorativa, poco frequentata dalla sua generazione. Forse proprio questa marginalità gli ha dato più libertà, rompendo schemi e aprendo la strada a nuove sperimentazioni.

Ceramica contro tecnologia: un ritorno al gesto e al tatto

Oggi la ceramica è tornata sotto i riflettori, ma per Monaldi il suo percorso nasce da un’esigenza più spontanea che da una strategia. In un’epoca dominata dalla tecnologia, che allontana dal contatto materiale e dal lavoro manuale, tornare a lavorare l’argilla significa riappropriarsi di qualcosa di primordiale: il “tocco” diretto, la sorpresa che nasce dalla trasformazione della materia. La ceramica porta con sé una fragilità che smorza anche le atmosfere più cupe del suo immaginario.

Questo gioco di contrasti tra semplicità e profondità attraversa tutta la sua opera. La ceramica non è solo un mezzo, ma un veicolo dove convivono leggerezza e malinconia. Il materiale non cancella le emozioni, le attenua, dando vita a un equilibrio che ricorda molto la vita di tutti i giorni: una danza sottile tra ironia e riflessione, tra comico e tragico.

Animali antropomorfi: l’ironia che nasconde inquietudine

Tra le sue opere più significative ci sono quelle sculture di animali su due zampe, buffi ma al tempo stesso inquietanti. L’animale diventa un personaggio che ti fissa, in bilico tra il ridicolo e il perturbante. La scelta della ceramica è fondamentale per questo effetto. Se fossero in bronzo, per esempio, le figure avrebbero un peso e un’autorità diversa, perdendo quell’ambiguità necessaria.

In Monaldi l’ironia si mescola a una malinconia più che a una disperazione. Sa bene che leggerezza e ironia non sono trucchi, ma strumenti veri per affrontare la frustrazione, sia della vita che del lavoro artistico. Il contrasto tra tragedia e comicità apre una lettura più umana, capace di restituire vicinanza e misura.

Non è solo questione di atmosfera, ma di un ragionamento preciso sulla vita di tutti i giorni e le sue contraddizioni. La routine è allo stesso tempo rifugio e prigione, un terreno ricco di simboli che Monaldi trasforma in sculture e installazioni cariche di senso. Da questo doppio binario emotivo nascono molte delle sue opere.

Oggetti comuni che diventano simboli

Nei lavori di Monaldi trovano posto oggetti di uso quotidiano, spesso trascurati: elastici, trucioli, gomme da masticare calpestate, persino uno zerbino o pezzi di carta da parati. Questi elementi vengono “elevati”, trasfigurati dalla ceramica con un obiettivo preciso: non copiare la realtà, ma trasformarla in una riflessione profonda.

Un truciolo fatto in ceramica resta un truciolo, ma diventa anche un simbolo della fragilità umana, della dignità nascosta in ogni cosa apparentemente insignificante. La materia si carica di un’illusione che crea cortocircuiti tra ciò che è e ciò che sembra.

Monaldi evita con cura il rischio di cadere nel decorativo, sempre dietro l’angolo quando si lavora con la ceramica. Per questo la scelta del soggetto è fondamentale: deve avere dentro di sé una tensione capace di giustificare la sua presenza artistica, altrimenti l’opera rischia di diventare solo ornamento.

Il lavoro diretto sull’argilla: freschezza e spontaneità

Monaldi preferisce un metodo di lavoro molto immediato, spesso senza bozzetti preliminari. Parte con un’idea vaga e poi si mette subito all’opera sull’argilla. La superficie diventa un “foglio” in continuo cambiamento, dove si traccia, si cancella, si ripensa. È un procedimento che ricorda il disegno nella sua spontaneità, ma con la forza del tridimensionale.

Tra sculture a tutto tondo, bassorilievi e installazioni più complesse, il suo lavoro mantiene un equilibrio tra controllo e libertà. Cerca di non stringere troppo le redini, ma resta sempre consapevole. La freschezza dell’intervento è un valore che si vede nella resa finale.

Anche nei bassorilievi più recenti la ceramica diventa superficie narrativa, grazie al gesto delicato che si imprime sul materiale. Questo gioco tra superficie e volume è uno dei punti di forza del suo lavoro.

San Francesco a Milano: un incontro casuale che racconta molto

Durante la mostra alla Galleria Ncontemporary di Milano, Monaldi ha presentato anche una scultura di San Francesco, accompagnato da animali. La coincidenza con l’ottocentenario della morte del santo è stata una scoperta casuale, non un piano preciso.

Quel soggetto era nella sua testa da anni, legato al ricordo di una statuina comprata dieci anni prima in un’edicola di Roma. Solo ora l’opera ha trovato la forma e il luogo giusti.

Questo episodio racconta molto del modo di lavorare di Monaldi: i soggetti lo accompagnano, aspettano il momento giusto per emergere, portando con sé un’intensità che nasce dall’esperienza, non solo artistica.

Sfide e confini: la ceramica come linguaggio in evoluzione

Anche se spesso lo chiamano “ceramista”, Monaldi non si riconosce completamente in questa definizione. Preferisce pensarsi come scultore che lavora la ceramica, un campo in cui si impone limiti precisi. Per lui i limiti non sono barriere, ma stimoli a sviluppare un linguaggio rigoroso e originale.

Dopo oltre vent’anni, il suo interesse si sposta verso installazioni che integrano oggetti di recupero, come mobili o parti di elettrodomestici. Questo dialogo tra materiali aggiunge complessità e forza all’insieme.

Ma il passaggio da un materiale all’altro non può essere forzato o fine a sé stesso. La fragilità della ceramica impone vincoli tecnici che Monaldi affronta con cura, cercando soluzioni che siano naturali e coerenti. La sfida è trovare nell’incontro tra materiali non solo un effetto visivo, ma un’idea che dia senso all’opera.

Così Monaldi conferma la sua dedizione a un percorso coerente, fatto di sfide continue e scelte precise, in un mondo dove la materia dialoga con la memoria e con la vita che scorre.

Redazione

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