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Fotografia e realtà: Maria Vittoria Baravelli svela gli inganni delle immagini nell’era dell’intelligenza artificiale

Il battito si fa più rapido ogni volta che incrociamo un’immagine che sembra parlare direttamente a noi. Quel momento fermato su carta o schermo appare come una verità indiscutibile, un frammento di realtà senza tempo. Eppure, cosa accade se quell’attimo non è mai esistito davvero? Da quasi due secoli, la fotografia cattura storie e imprime memorie, ma oggi si trova a un crocevia. Da una parte, le sue radici analogiche; dall’altra, un futuro dominato dall’intelligenza artificiale e da realtà costruite. Maria Vittoria Baravelli, curatrice e studiosa, affronta questa mutazione nel suo ultimo libro, mettendo in discussione la nostra fiducia nelle immagini e il modo in cui interpretiamo ciò che vediamo.

Fotografia: quando la fiducia si fa fragile

Fin dall’inizio, la fotografia ha risposto a un bisogno profondo: provare che qualcosa è esistito, fermare ciò che altrimenti svanirebbe. Baravelli richiama il mito di Orfeo ed Euridice, dove il bisogno di vedere per credere si rivela fatale, come l’uomo che si volta per confermare un amore e perde tutto. La fotografia nasce come testimonianza tangibile, prova visiva di un evento o di una presenza. Ma questa certezza non è mai stata totale.

Uno scatto è sempre una scelta: inquadrare significa escludere, la luce cattura solo alcune sfumature e il momento, già passato, è un attimo congelato. Non mancano esempi celebri di immagini che ingannano. Dal bacio di Doisneau, preparato e non spontaneo, al dubbio sull’autenticità dello scatto del miliziano di Robert Capa, nessuna foto è immune da dubbi. Anche la prima fotografia di Niépce, risalente al 1826 o 1827, ha un’origine incerta. Questo “inganno” storico fa parte della natura umana della fotografia: più che una finestra sul reale, è la sua interpretazione.

Intelligenza artificiale: immagini create o immagini catturate?

Il passaggio dall’analogico al digitale ha cambiato la fotografia senza tradirla: la luce attraversa la lente, si imprime su pellicola o sensori. Ma oggi, con le immagini generate dall’intelligenza artificiale, si apre un nuovo e sfumato confine. Qui l’immagine non nasce da un contatto diretto col mondo, ma da un’elaborazione di dati digitali, da un’interpretazione programmata. La macchina costruisce, non registra, genera senza aver mai visto.

Questa differenza non significa necessariamente verità o falsità. Una fotografia può nascondere inganni pur essendo reale, mentre un’immagine artificiale può mostrarsi trasparente sul suo essere finzione. Il punto cruciale è il rapporto con chi guarda. Se un’immagine viene venduta come realtà indiscutibile, diventa manipolazione; se invece si presenta come finzione, si apre a un dialogo consapevole. Artisti come Cindy Sherman e Jeff Wall giocano apertamente con l’artificialità, dando valore all’inganno quando è dichiarato. Al contrario, la celebre copertina di National Geographic che avvicinò le piramidi senza spiegazioni ha rotto un patto di fiducia, minando l’autorità della fotografia come documento.

Saper leggere le immagini: alfabetizzazione visiva e trasparenza

Oggi, davanti all’incertezza che circonda le immagini, serve più attenzione. Come capire cosa stiamo guardando? Un tempo, la cultura visiva aiutava a riconoscere santi e simboli grazie a attributi precisi. Oggi le immagini si susseguono troppo in fretta, spesso basta un volto o un gesto per farci credere di aver capito tutto. Ma non è così.

Il futuro passa da una maggiore trasparenza sull’origine delle immagini. Sono stati creati protocolli come C2PA, standard che tracciano la provenienza, mentre leggi come l’AI Act, in arrivo nel 2026, imporranno obblighi di chiarezza. La didascalia torna così a essere fondamentale, un patto di fiducia tra chi mostra e chi guarda, in un’epoca di manipolazioni continue.

Quando l’immagine diventa icona: dimenticare la persona dietro la foto

Una fotografia può diventare un simbolo, un’icona che resiste nel tempo, ma rischia di cancellare la storia e la persona che ritrae. Il caso più noto è quello della “Ragazza afgana” di Steve McCurry. Scattata nel 1984 in un campo profughi in Pakistan, quell’immagine ha fatto il giro del mondo senza che si conoscesse il vero nome della ragazza, Sharbat Gula, ritrovata solo nel 2002 dopo anni.

Questa riduzione può diventare anche un espediente artistico, come ha fatto Andy Warhol moltiplicando l’immagine di Marilyn Monroe, trasformandola in un’icona astratta lontana dalla vera Norma Jeane. Al contrario, restituire la storia dietro la foto può restituire dignità, come nel lavoro di colorazione della fototessera di Czesława Kwoka, giovane vittima di Auschwitz, realizzato da Marina Amaral.

La materia della fotografia analogica: nostalgia nell’era digitale

La fotografia su carta conserva ancora un fascino speciale, soprattutto in un mondo dominato dalle immagini digitali e generate. La fragilità della carta, la sua caducità, richiamano la nostra condizione umana. La recente campagna Polaroid lo ha raccontato bene: nessuna intelligenza artificiale può restituire la sensazione della sabbia tra le dita.

La pellicola, con la sua grana e la lentezza, porta con sé un valore diverso, ma anche una contraddizione. Si rimpiange il passato, ma spesso si ignorano i suoi limiti. Le fotografie analogiche parlano a chi le possiede, si deteriorano, restano oggetti concreti da tramandare, mentre i file digitali si perdono nel cloud, lontani dal nostro sguardo e dalla memoria diretta, nascosti in server remoti e invisibili.

Autorialità e responsabilità nell’era delle immagini artificiali

Oggi, l’autore di un’immagine creata dall’intelligenza artificiale non è più una sola persona, ma una rete di scelte: chi progetta il modello, chi scrive i comandi, chi seleziona le versioni finali, chi pubblica. Questa frammentazione non toglie responsabilità, anzi la rende più urgente: serve contestualizzare e garantire l’origine delle immagini.

Già nel 1983 il filosofo Flusser aveva intuito che il fotografo lavora dentro un “apparato” tecnologico con un proprio programma. Oggi il salto è chiedere alle macchine di inventare mondi, non solo di registrarli. La fotografia resta una scrittura fatta di luce; l’immagine generata diventa luce fatta di codice digitale. Questo cambia le prospettive sull’identità e sulla verità.

Nuove abitudini di scatto: tra quantità e valore delle immagini

Maria Vittoria Baravelli racconta come questo cambiamento abbia influito sul suo modo di fotografare. Con lo smartphone, ogni scena diventa un appunto mentale, un ricordo veloce che spesso resta solo un attimo. Usare una macchina usa e getta analogica la porta invece a chiedersi se ogni momento “meriti” davvero uno scatto, dando valore a ogni foto. Il confronto tra quantità e qualità torna prepotente: nell’oceano infinito delle foto digitali, il significato rischia di perdersi.

Anche l’esperienza diretta nei luoghi della fotografia, come Le Gras, conferma che “esserci stati” non basta per afferrare una verità. Serve una lettura attenta. Baravelli preferisce fidarsi delle immagini nate dall’incontro diretto con il mondo, consapevole che tutto può essere copiato, ma non l’esperienza di esserci stati.

La Contessa di Castiglione: un volto e mille identità

La donna in copertina è Virginia Oldoini, la Contessa di Castiglione, icona dell’Ottocento e pioniera della gestione dell’immagine pubblica. Cugina di Cavour, amante di Napoleone III e spia per il Piemonte, usò la fotografia con grande consapevolezza per costruire se stessa.

Prima dell’era dei selfie e dei social, curava ogni dettaglio: abiti, pose, titoli. Fissava l’obiettivo con sguardo deciso, rovesciando il rapporto tra chi guarda e chi è guardato. Tra il 1856 e il 1895 fece oltre quattrocentonovanta ritratti, un vero esperimento di autorappresentazione. Oggi la serie “I rivolti” di Mario Cresci trasforma quei ritratti, restituendo loro un corpo reale che attraversa il tempo. Un modo per ricordarci che le immagini resistono solo accettando il cambiamento e il mutare degli sguardi.

Redazione

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