Il 22 giugno 2025 Milano ha detto addio a uno dei suoi artisti più enigmatici e influenti: Arnaldo Pomodoro. A cento anni dalla sua nascita, la città lo celebra con una mostra alle Gallerie d’Italia che non si limita a esporre sculture, ma racconta una vita intera dedicata all’arte. Basti pensare a quel grande disco che splende in Piazza Meda, un punto di riferimento per chi attraversa il centro, o alla sfera imponente custodita nel cortile dell’Università Cattolica. Ma Pomodoro non si è mai fermato ai grandi spazi pubblici: ha lasciato tracce anche in angoli più intimi, come le ville storiche di Milano, e persino a San Donato Milanese, con il portale della Passio nella chiesa di Santa Barbara. Questa mostra, frutto della collaborazione tra le Gallerie d’Italia e la Fondazione Arnaldo Pomodoro, offre un percorso che attraversa decenni di sperimentazioni, svelando un linguaggio artistico capace di parlare a tutti.
La mostra si apre con un’installazione imponente, “Ouverture”, pensata come il primo movimento di una sinfonia artistica. Al centro della sala, una piattaforma in fiberglass riproduce i solidi geometrici che hanno segnato la poetica di Pomodoro: cilindro, cubo, sfera. Sono forme essenziali, quasi minimaliste, che raccontano la sua ricerca di volumi puri e perfetti. Il gesso, materiale caro all’artista, qui assume il ruolo di fissare il tempo, sospendendo la materia e restituendo alla forma la sua essenzialità. Si passa poi ai bassorilievi degli anni Cinquanta, i primi segni del suo percorso: un linguaggio che richiama simboli cuneiformi e alfabeti antichi. Questi lavori si intrecciano con la sperimentazione sulle forme tridimensionali, come “La Ruota”, ispirata ai calendari aztechi. In quegli anni Pomodoro si confronta con movimenti importanti come l’Arte Nucleare e lo Spazialismo, rompendo con la tradizionale bidimensionalità. La mostra dà così modo di capire quanto profondamente l’artista abbia saputo unire geometria e simbolismo, andando oltre la semplice bellezza.
Negli anni Sessanta e Settanta emergono le cosiddette “operazioni mentali” di Pomodoro, in particolare il ciclo dei Rotanti e Forma X. Queste sculture, segnate da fori regolari e superfici levigate, mostrano influssi da artisti come Barnett Newman e Tony Smith, e un interesse verso materiali innovativi come fiberglass e acciaio. Pomodoro cerca qui di distanziarsi dalla casualità del gesto manuale per avvicinarsi a un’estetica più industriale, quasi meccanica. In netto contrasto, il progetto “The Pietrarubbia Group” apre la strada a una scultura abitabile: un sistema di pareti e porte mobili pensato come uno spazio da esplorare e attraversare. Il lavoro si lega al borgo di Pietrarubbia, nel Montefeltro, e riprende un verso di Montale che parla di memoria e rottura, di radici e distacco. La dimensione poetica diventa tangibile, mentre Pomodoro dedica alcune opere a figure a lui care, come Gastone Novelli e Ugo Mulas, usando la scrittura come filo che unisce ricordo e arte in un messaggio tutto da decifrare.
Gli spostamenti all’estero negli anni Ottanta aprono nuove strade per Pomodoro. Il viaggio in Egitto ispira la serie dei Papiri, sculture che richiamano antichi testi scritti, con superfici tridimensionali che si srotolano davanti agli occhi come un rotolo. Questa dilatazione della forma invita a un rapporto attivo con l’opera, trasformando chi guarda in interlocutore. Da qui nasce anche il progetto di landscaping “Papyrus” a Darmstadt, dove il pubblico è chiamato a muoversi intorno o dentro l’opera, entrando in dialogo con essa. Le grandi Colonne in mostra evocano totem protettivi, segnati da un alfabeto indecifrabile che unisce un’aura mistica a migliaia di anni di scrittura umana. Il momento più alto arriva con l’uso dell’osso di seppia, materiale primordiale tanto amato dall’artista, che crea superfici aperte a bassorilievi. È un tema che attraversa tutta la sua opera: la materia come scrittura, come memoria da decifrare senza fine.
L’ultima tappa del percorso alle Gallerie d’Italia è in Sala Manzoni, dove le opere di Pomodoro convivono con lavori di artisti contemporanei, creando un confronto che mette in luce affinità e differenze nella ricerca di quegli anni. Questo dialogo offre uno sguardo più ampio sulla scena artistica milanese e internazionale, mostrando come Pomodoro si sia inserito in un ambiente vibrante e complesso. Il percorso si chiude all’aperto, nel Chiostro ottagonale, con la prima forma del Disco in Rosa del Deserto, e nel Giardino di Alessandro, che ospita la celebre Sfera grande. Questi monumenti sintetizzano da un lato la continuità della ricerca formale, dall’altro l’attenzione al rapporto con lo spazio urbano e l’esperienza diretta di chi li osserva. Un saluto che apre la strada a un importante appuntamento autunnale alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, segno che la celebrazione della sua arte continua nel cuore di Milano e oltre.
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