Parma, 1917. Eugenio Montale si concede una coppa di panna montata in un bar affollato. Davanti a lui, un giovane Sergio Solmi lo osserva con uno sguardo carico di curiosità e determinazione. Ha appena diciotto anni, ma già si intravede la forza di una mente che non si accontenta. Tra i due nasce un legame destinato a lasciare un segno profondo nella letteratura italiana. Non è solo la frequentazione della Scuola di Fanteria a unirli, ma un amore condiviso per la poesia, che per Solmi diventerà un filo conduttore lungo tutta la vita.
Sergio Solmi nasce a Rieti nel 1899, figlio di Edmondo Solmi, docente di storia e filosofia, e di Clelia Lolli, entrambi modenesi. La famiglia si sposta spesso, seguendo il lavoro del padre: da Rieti a Mantova, poi a Livorno e infine a Torino. Ogni tappa è un’occasione per arricchirsi culturalmente. Durante gli anni al liceo Massimo D’Azeglio di Torino, Sergio si avvicina con passione alla poesia, affascinato da autori come Guido Gozzano e Arthur Rimbaud. Sulla rivista studentesca “Cronache latine” pubblica i primi saggi, mostrando già un talento critico fuori dal comune.
Il 1917 è un anno decisivo. Solmi viene chiamato al fronte durante la Prima guerra mondiale. Ferito al Montello e ricoverato a Castelfranco Veneto, torna poi a Torino dove si iscrive a giurisprudenza. Ma la letteratura resta la sua vera passione. Insieme a Giacomo Debenedetti e Mario Gromo dà vita alla rivista “Primo tempo”. La laurea arriva presto, così come la famiglia: sposa Dora Martinet, con cui avrà due figli, Renato e Raffaella.
Nel 1926 Solmi inizia a lavorare nell’ufficio legale della Banca Commerciale Italiana, stringendo un rapporto stretto con Raffaele Mattioli, direttore dell’istituto. Nonostante il lavoro impegnativo, non abbandona la scrittura. Collabora con riviste culturali di rilievo come “La Fiera letteraria”, “Solaria”, “L’Italia letteraria”, “L’Illustrazione italiana” e “Emporium”. Scrive anche per quotidiani come “L’Unità” e il “Giornale di Genova”. I suoi studi su Montale, Cardarelli e Paul Valéry lo rendono un punto di riferimento nella critica letteraria dell’epoca.
Nel 1933 assume la direzione della rivista “La Cultura”, un importante spazio di dibattito intellettuale e opposizione antifascista. La sua posizione critica lo porta alla chiusura della testata nel 1935. Continua l’impegno politico nel Partito d’Azione sotto lo pseudonimo Mario Rossetti. Nel 1945 viene arrestato a Milano, riesce a evadere momentaneamente, ma viene ripreso, a dimostrazione del peso che aveva nel movimento antifascista cittadino.
Dopo il conflitto, Solmi intensifica la sua attività letteraria, mantenendo uno stile rigoroso ma aperto a nuove esperienze. Nel 1967 sintetizza così il suo approccio: “Mantenere sempre il compasso alla sua massima apertura, anche a costo di slogarsi le gambe della mente”. La sua curiosità lo porta a esplorare generi poco battuti, come la fantascienza. Nel 1959 cura, insieme a Carlo Fruttero, l’antologia “Le meraviglie del possibile”, un progetto che per quei tempi rappresenta una vera novità, avvicinando la letteratura fantastica al grande pubblico italiano.
Negli anni Settanta pubblica raccolte importanti come “Meditazioni sullo Scorpione e altre prose” e le sue poesie raccolte nel 1974, segnando la maturità di un intellettuale capace di unire rigore e apertura mentale. A Milano, oltre al lavoro letterario, è un punto di riferimento per molti, grazie a un mix raro di disponibilità e riservatezza, un equilibrio che lo rendeva figura stimata e ascoltata.
Sergio Solmi resta una tappa fondamentale per capire come è cambiata la critica letteraria in Italia nel Novecento. La sua storia, intrecciata con quella di Montale e Debenedetti, racconta l’impegno culturale in tempi difficili e le grandi trasformazioni della nostra cultura.
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