“Se vogliamo parlare di patria, allora parliamo di esilio.” Con questa frase di Mahmoud Darwish, i muri di Paint It Black a Torino hanno preso vita il 26 e 27 settembre 2026. Due giorni in cui poesia e arte si sono mescolate senza confini, trasformando gli spazi in un laboratorio pulsante. Non solo letture e performance, ma anche radio, cinema e una fitta rete di corrispondenze postali. Qui, artisti e pubblico non si sono limitati a celebrare un poeta: hanno vissuto, respirato, raccontato un’esistenza segnata dall’esilio e dalla resistenza, intrecciando lingue e culture in un dialogo intenso e reale.
“I Don’t Want This Poem to End ” è il nome del progetto che ha portato a Torino l’ultima tappa del Poetry Day, iniziativa nata nel 2020 al Centre Pompidou. Curato da Lilou Vidal, il poetry camp ha scelto Paint It Black come sede, rompendo con la tradizionale idea di festival. Qui si sono mescolati linguaggi diversi: letture, trasmissioni radio, cinema, performance e mail art hanno costruito una comunità intorno alla parola di Darwish e alla sua eredità.
L’edizione 2026, battezzata “Stagione Mediterranea”, ha visto la collaborazione con l’Institut du Monde Arabe e ha coinvolto artisti da vari paesi. Tra i protagonisti, Radio Alhara di Gaza ha giocato un ruolo importante; voci come quelle di Ghayath Almadhoun, Asmaa Azaizeh, Maria Luce Cacciaguerra, Jahan Khajavi, e artiste come Jumana Manna, Reza Mirabi e Rosalind Nashashibi, hanno accompagnato il pubblico in un viaggio che ha unito poesia, traduzione e immagini in movimento.
Parallelamente, il collettivo Literal Madness ha spinto il progetto oltre i confini fisici della libreria, aprendo uno spazio di scambio con artisti e poeti internazionali grazie a un progetto di mail art e corrispondenza epistolare. Così, la parola di Darwish ha continuato a viaggiare, tessendo reti di solidarietà tra comunità diverse.
Lilou Vidal spiega che l’idea del “campo di poesia” nasce da un’intima relazione tra linguaggio e forme visive. Per lei, il termine “campo” richiama subito le esperienze di Darwish, segnate dall’esilio e dalla condizione di rifugiato. La scrittura per il poeta non era solo arte, ma un atto quotidiano di resistenza contro la cancellazione e l’oblio.
La poesia di Darwish era una pratica che univa intimità e pubblico, radicata nella cultura araba e nella memoria collettiva. Lilou sottolinea che questa metafora del campo rappresenta la battaglia continua per tenere viva la parola e la memoria, un po’ come il caffè arabo preparato sotto le bombe durante l’assedio di Beirut nel 1982: un gesto di resilienza e attaccamento al proprio territorio.
La scelta di Torino e della libreria Paint It Black non è casuale. Il luogo, non istituzionale ma aperto e inclusivo, è diventato un’isola di confronto e scambio culturale. Qui la poesia poteva circolare senza barriere, in uno spazio libero da vincoli.
Uno dei nodi fondamentali del progetto è stato il rapporto con l’arabo, la lingua madre di Darwish. Si è voluto mantenere vivo il testo originale anche in un contesto internazionale, perché come diceva il poeta stesso: “Io sono la mia lingua”. Questa scelta è un atto di resistenza culturale: nonostante la fama mondiale e le traduzioni, Darwish preferiva sempre che i suoi versi fossero ascoltati in arabo.
La sfida della traduzione è stata affrontata in modo polifonico: poeti di varie nazionalità hanno letto i testi prima in arabo, poi in italiano o inglese. Così il pubblico ha potuto cogliere la musicalità e il suono originale, senza perdere il senso grazie a traduzioni affidate a voci sensibili alla natura poetica del testo.
La performance di Asmaa Azaizeh, che ha recitato in arabo senza traduzione immediata, ha mostrato quanto la forza della voce e della presenza fisica possa andare oltre la comprensione letterale, trasformando la poesia in un’esperienza che sfugge alle parole, un vero e proprio incontro di lingua e identità.
Oltre agli eventi dal vivo, il progetto ha sperimentato la diffusione della poesia attraverso la mail art, coinvolgendo circa 80 partecipanti in un percorso di corrispondenza creativa promosso da Literal Madness, un collettivo tedesco che unisce poesia e arte visiva. Questa pratica, nata negli anni Sessanta, si conferma come un modo per superare i limiti delle istituzioni culturali ufficiali e favorire una comunicazione diretta e inclusiva.
La mail art ha allargato il concetto di “campo”, spostando la poesia oltre i confini fisici e facendo incontrare voci da realtà molto diverse. È nata così una rete transnazionale di scambio poetico e artistico, che dimostra come la poesia possa oltrepassare barriere geografiche e politiche, creando uno spazio condiviso dove la diversità diventa ricchezza.
Attraverso questa pratica, le parole di Darwish hanno acceso un lavoro collettivo, unendo generazioni e culture lontane e consegnando alla poesia un ruolo attivo di mediazione e dialogo. Per molti partecipanti, il senso di comunità è diventato un’esperienza concreta di scambio e crescita.
Dal punto di vista europeo, Lilou Vidal riflette sul Mediterraneo come luogo simbolo di incontri, culture e storie intrecciate. Per lei, la connessione con questa regione, con i suoi paesaggi e la sua natura, fa parte profonda dell’identità.
Cresciuta nel sud della Francia e vissuta tra Stati Uniti, Belgio e Italia, Lilou racconta un’esperienza di sradicamento e appartenenze multiple, simile a quella di molte persone oggi, compreso Darwish. Questo spaesamento diventa occasione per costruire un nuovo sé, contaminato da influenze diverse ma con una memoria viva.
La poesia di Darwish, pur legata alla questione palestinese, non si riduce a uno scontro netto tra “noi” e “loro”. La sua narrazione affronta con umanità e complessità un intreccio di relazioni, invitando a ripensare le categorie politiche con uno sguardo più sfumato. Così la poesia diventa uno strumento di riflessione e comprensione.
Al centro della sua opera c’è un forte impegno politico, espresso con forza ma senza facili semplificazioni. La sua opposizione alla politica israeliana non cancella la consapevolezza della complessità umana, come dimostra il suo amore per una donna ebrea, un punto di rottura rispetto a narrazioni polarizzate.
Questa sfida ai dualismi è un invito a riflettere sugli stereotipi e i pregiudizi che ancora oggi dividono. Lilou Vidal sottolinea come la mancanza di conoscenza e dialogo alimenti questa separazione, trasformando l’identità in stigmatizzazione. Quel confine netto tra “noi” e “loro” contrasta con la convinzione che la poesia possa aprire spazi più ampi di comprensione.
Seguendo l’eredità di Darwish, il progetto di Torino ha voluto creare uno spazio culturale dove la complessità e il rispetto delle differenze si intrecciano. La poesia si conferma così un’arte capace di superare confini politici e culturali, offrendo al pubblico un’esperienza di ascolto e partecipazione consapevole.
Infine, Lilou Vidal si sofferma sul ruolo di chi organizza eventi legati a culture e storie diverse dalla propria. Ammette i propri limiti e mette al centro la figura del facilitatore, non quella del narratore che impone la propria visione.
Nella pratica curatoriale, costruire ponti tra culture significa affidarsi a comunità di artisti e poeti che condividono esperienze, evitando appropriazioni o semplificazioni. Questo approccio valorizza la pluralità di modi di raccontare storie complesse, attraverso linguaggi, media e punti di vista differenti.
Lilou non si sente autorizzata a raccontare direttamente la storia palestinese, ma sceglie l’arte e la poesia come strumenti di mediazione, accompagnando il pubblico in un confronto autentico con temi difficili, attraverso voci radicate e autorevoli. Così la curatrice diventa un ponte, un facilitatore che trasmette messaggi con rispetto e sensibilità.
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