Il corridoio si restringe, la luce si fa sempre più tenue. Ai lati, mosaici a grandezza naturale raccontano Berlino Est, un luogo dimenticato da tempo. È l’opera di Sung Tieu, artista nata a Hai Duong nel 1987, che riporta in vita una memoria familiare e collettiva. Tra muri scrostati, graffiti e detriti, si mescolano passato fragile e presente che tenta di trattenerlo. Al Castello di Rivoli, questa installazione dà il via a una nuova stagione di mostre. La contemporaneità si insinua tra pietre antiche, creando un dialogo serrato con la storia dell’edificio e il suo contesto urbano.
L’opera di Sung Tieu riproduce una porzione di un condominio berlinese in cui la sua famiglia visse dal 1992, in fuga dall’Asia verso la Germania. Quel palazzo di Gehrenseestraße, un tempo simbolo della Germania Est e della sua storia sociale, oggi giace in rovina. L’artista ha riprodotto fedelmente muri, scritte e mosaici, raccontando una storia che si svela nel dettaglio delle tessere. Alla fine del corridoio, una stanza gialla accoglie detriti veri, portati direttamente dal sito berlinese. Questa convivenza tra spazio ricostruito e rovina autentica richiama la precarietà del vissuto e dell’edificio stesso. Nel catalogo della mostra un dettaglio significativo: quei detriti sono stati posizionati esattamente dove, negli anni ’70, crollò parte del soffitto del Castello di Rivoli. Quel crollo scatenò proteste che portarono al recupero dell’edificio e alla sua trasformazione in museo. Qui la fragilità del passato e la tutela del presente si incontrano nello stesso tempo e luogo, mettendo a confronto una rovina restaurata e un’altra destinata a disfarsi. Il lavoro di Tieu apre così uno sguardo che va oltre le mura, parlando di esilio, trasformazione urbana e memoria collettiva europea. L’installazione, visitabile fino a febbraio 2027, dà il via con forza emotiva al nuovo ciclo contemporaneo del Castello.
Nella Sala di Bacco e Arianna, Haris Epaminonda stravolge lo spazio con un’installazione che crea una tensione visiva costante. Tessuti color sabbia scendono dal soffitto e si adagiano a terra, mentre pannelli azzurri e bianchi nascondono gli stucchi barocchi originali. La composizione mescola elementi diversi: un mappamondo, sculture di teste equine e oggetti provenienti da Casa Mollino. L’opera richiama l’eredità artistica torinese e costruisce un ponte tra l’architetto Juvarra e Carlo Mollino, distanti due secoli ma uniti dal luogo e dalla cultura locale. Più che raccontare un tema preciso, Epaminonda spinge il visitatore a muoversi, cambiare punto di vista e scoprire cosa si cela dietro i pannelli. Il messaggio è chiaro: l’esperienza dello spazio è dinamica, mai ferma. Tra aperture e rivelazioni, il pubblico è chiamato a guardare attraverso epoche diverse e a cogliere dettagli visibili solo passando intorno all’opera. Così la storia barocca e l’intervento contemporaneo si intrecciano senza annullarsi, amplificando il senso della sala e invitando a un’osservazione più attenta degli ambienti storici.
Il film Hauntology of an OG, firmato da Christelle Oyiri, aggiunge un altro capitolo al racconto museale: la città e le sue lotte, la memoria che resiste. Ambientato a Memphis, il documentario attraversa monumenti, musica rap e vicende politiche, concentrandosi su un evento inatteso: l’incendio del Clayborn Temple. Non era previsto, ma durante le riprese l’artista ha colto il valore di quella manifestazione naturale del tempo che brucia. La chiesa, un tempo fulcro delle proteste dei netturbini nel 1968 che richiamarono Martin Luther King Jr a Memphis, si trasforma in simbolo di rovina visiva e storica. Il film non nasconde la differenza tra quel tempio e il Mason Temple, dove King tenne il suo discorso finale. L’incendio assume così un doppio significato, crisi e testimonianza insieme. La voce del rapper Darius Phatmak Clayton accompagna le immagini, portando quella memoria nel presente e nel racconto urbano. Il lavoro di Oyiri aggiunge riflessione sulla resistenza e sulla perdita nella cultura afroamericana, raccontando non solo fatti ma emozioni e tracce tangibili di una storia recente.
La nuova stagione al Castello di Rivoli si apre anche con un riallestimento della Collezione di Arte Povera, proposta in una veste rinnovata. Nelle sale brillano capolavori di Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Michelangelo Pistoletto e altri protagonisti del movimento che segnò l’arte italiana degli anni ’60 e ’70. Durante la presentazione, Marcella Beccaria ha ricordato come Boetti, in quegli anni, tentò di prendere le distanze dal marchio “Arte Povera”, ritenuto ormai superato. Le opere, entrate a far parte della collezione dal tardo ’80, raccontano non solo uno stile, ma anche la complessità del rapporto con le categorie storiche dell’arte. Oggi quel termine diventa uno strumento per leggere e valorizzare il nucleo fondamentale della raccolta, senza però rinchiudere le opere in una definizione unica. Il museo mostra così come un singolo lavoro possa attraversare diverse narrazioni. Nel programma rientra anche il Premio Piero Siena, che presenta Stefano Bernardi e Samira Mosca. Bernardi espone un’opera sonora che usa le vibrazioni prodotte dalle api, riflettendo sul legame tra natura e arte. Questa serie di interventi conferma la vocazione del Castello a coniugare storia e innovazione, conservazione e contaminazione, in un confronto sempre aperto con il contemporaneo.
La riapertura del Castello, dopo il restauro del soffitto e il rinnovo delle esposizioni, segna una tappa importante per il museo torinese. Lo spazio attende ora nuovi visitatori, pronti a scoprire le stratificazioni di tempo e memoria che legano Berlino, Memphis e Torino attraverso lo sguardo attento di artisti e curatori. La sinergia tra arte contemporanea e storia del luogo apre spazi di riflessione e partecipazione culturale, con mostre e installazioni visibili fino al 28 febbraio 2027.
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