Nel borgo medievale di Haut-de-Cagnes, un angolo della Costa Azzurra poco noto al grande pubblico, un progetto artistico rompe il silenzio con storie di vita e corpo. Alla Maison des Artistes , fino al 4 ottobre 2026, sei donne intrecciano maternità e arte in “Nourri de mon lait”. Tra loro, Lada Neoberdina, russa di nascita e curatrice di mestiere, trasforma la sua esperienza di neo-mamma in un viaggio creativo intenso, spesso fisico. Non si tratta solo di nutrire un bambino: il tema si allarga, parla di cura, di corpi, di biologia e di una ecologia femminile che sfida convenzioni e guarda alla co-creazione come atto rivoluzionario.
“Nourri de mon lait” prende le mosse dal corpo materno, visto non solo come soggetto da raccontare, ma come materia viva e tangibile. Lada Neoberdina, nata in Russia nel 1988 e in Francia dal 2005, ha trasformato il post-partum in un vero e proprio laboratorio creativo. Il latte materno diventa pigmento, simbolo, materia d’arte. Attraverso performance intense, mette in scena la produzione e la condivisione del latte come metafora di responsabilità e piacere insieme. La paura di non poter più nutrire il figlio l’ha spinta a sperimentare con il tiralatte, congelando il latte per dar vita a opere che uniscono il personale all’estetico e al sociale.
Il lavoro racconta non solo il rapporto con un corpo che cambia, ma anche il tempo spezzettato di una madre-artista, che deve incastrare creatività e momenti dedicati al bambino. In mostra si alternano opere permanenti — disegni a terra fatti con terra, pigmenti e carboncino, che rimandano alla Madre Terra — e opere effimere: inchiostri vegetali che si dissolvono con la luce, cubetti di ghiaccio di latte materno che si sciolgono, simboli della fragilità e della fugacità del nutrimento. La sala dedicata all’allattamento diventa così uno spazio di riflessione sulla materialità dell’essere madre e sul valore simbolico della cura.
Il progetto non si ferma al racconto personale di Neoberdina. Cinque altre artiste sono chiamate a confrontarsi con lo stesso tema, anche da chi non ha vissuto la maternità direttamente. Così, il nutrimento emerge come un concetto universale, che supera confini biologici e culturali, dando vita a un discorso collettivo fatto di esperienze diverse. Il MDAC si conferma laboratorio di progetti collaborativi, dove ogni contributo arricchisce l’insieme.
Le altre artiste portano materiali e linguaggi diversi. Mahé Ripoll usa pastelli e acquerelli per immaginare la percezione del bambino in grembo, evocando sensazioni e nutrimento. Panthéa Ravanchad trasforma un giocattolo della sua infanzia iraniana in una scultura ceramica, che richiama il capezzolo materno. Isabelle Varlet crea sculture di pasta di pane, simbolo di abbondanza e trasformazione, evocando la terra e la mitologia. Federica Peyrolo si dedica alla linoleografia, dopo aver vissuto l’esperienza fisica della maternità. Infine, Svetlana Maksimenko dipinge una figura materna che rivendica spazio e respiro, rifiutando di essere consumata dalla funzione materna.
Questo mosaico di voci e forme dà vita a un dialogo in cui il corpo materno si frammenta e moltiplica davanti agli occhi dello spettatore. Le opere mostrano modi diversi di vivere o non vivere la maternità, ma convergono tutte su un punto: riconoscere e valorizzare la cura e il nutrimento come pratica artistica, spezzando il mito del genio solitario.
Un momento speciale del progetto è l’opera poetica “Nourri de mon lait violet”, curata da Neoberdina e legata alla sala espositiva. Si tratta di un libro in francese, inglese e russo, pubblicato in edizione limitata, con micro-racconti di esperienze post-partum. Il plurilinguismo sottolinea la complessità delle identità materne, diverse ma accomunate da emozioni come gioia, fatica e fragilità.
Il testo mantiene intatti i pensieri e le pause tipiche delle notti insonni, dando voce a una realtà spesso invisibile e frammentata, invitando a vedere la maternità come un linguaggio e un mondo a sé. La scelta di includere famiglie fuori dagli schemi eteronormativi, con una tipografia post-binaria, allarga lo sguardo su chi nutre, andando oltre il solo ruolo materno biologico.
La mostra assume così anche un valore politico e sociale forte. Lada Neoberdina sfida la marginalizzazione delle madri artiste nel mondo culturale, portando al centro l’esperienza corporea e biologica femminile, dal latte al dolore. Rompe tabù e stereotipi, mostrando la precarietà di chi deve bilanciare vita familiare e carriera artistica.
In questo senso, la mostra diventa anche un atto di resistenza e di affermazione femminista. Lo spazio espositivo si fa tela viva, dove corpo e fluidi diventano materia e l’atto di curare si intreccia con quello di creare. Attraverso l’arte, la maternità diventa racconto universale di trasformazione, convivenza e resistenza in una società che continua a ridefinire i suoi confini culturali.
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