«La stabilità è tutto», ripetono spesso a Mosca, dove il crepitio delle discussioni politiche non si placa mai davvero. La Russia di oggi si presenta come un Paese diviso, sospeso tra memorie dolorose e un autoritarismo che avanza silenzioso ma implacabile. Non è semplice capire perché, in una società ricca di contraddizioni e storia, molti sembrino scegliere la sicurezza di un potere forte, anche a costo di rinunciare a libertà fondamentali. La chiave è nel peso del passato: una storia che ha confuso libertà con caos, e ordine con repressione, lasciando cicatrici profonde. Quelle ferite si traducono ora in un clima dove i diritti civili vacillano e l’arte fatica a fiorire, mentre la Russia si allontana sempre di più dal resto del mondo.
Il crollo del comunismo nel 1991 fu un momento spartiacque per la Russia: la scelta tra un cammino democratico e un salto nel vuoto caotico. Gorbaciov aveva provato a scuotere il sistema con la perestrojka e la glasnost, ma la fine dell’Unione Sovietica aprì solo un periodo di profondo disagio.
Il comunismo aveva già mostrato tutti i suoi limiti: nel tentativo di cancellare le disuguaglianze, aveva costruito un’oligarchia rigida e soffocante, schiacciando ogni spinta individuale e soffocando la sana competizione, essenziale per crescere.
Negli anni ’90, con Eltsin al timone, la Russia si lanciò in un “capitalismo selvaggio” che portò più danni che benefici. La parola “democrazia” in bocca alla gente suonava come iperinflazione, risparmi bruciati, disoccupazione e criminalità galoppante. Quel periodo lasciò una ferita profonda: la libertà si legò a un’esperienza amara, fatta di instabilità e paura.
Da qui nacque un’immagine distorta della democrazia, vista come sinonimo di caos e debolezza nazionale. Così si spiega il forte consenso verso un’autorità che promette ordine, anche se questo significa stringere le libertà di parola e partecipazione.
Dal 2000 con Putin, la Russia ha imboccato una strada chiara: più controllo, meno libertà. È stato un patto con la società: più ordine e sicurezza in cambio di un netto restringimento delle libertà civili e politiche. La stampa indipendente è stata messa a tacere, i partiti d’opposizione ridotti al silenzio.
Il potere si è concentrato in un capitalismo di Stato dove pochi oligarchi dettano legge, mentre ogni forma di dissenso viene schiacciata. La glasnost e il pluralismo sono ormai ricordi lontani, sostituiti da una retorica da “fortezza assediata” che giustifica repressione e chiusura verso l’Occidente.
Mentre l’Ucraina lotta per costruire una democrazia, la Russia sembra voltarsi indietro, aggrappandosi a un’autorità che, pur limitando diritti, promette sicurezza economica e sociale.
Questa chiusura si riflette anche nel mondo culturale. Artisti e intellettuali critici spesso si scontrano con la censura, l’intimidazione o l’esilio. Figure come il regista Kirill Serebrennikov, lo scrittore Dmitry Glukhovsky e l’artista Sasha Skochilenko sono voci coraggiose di un’opposizione creativa, che si esprime attraverso simboli e linguaggi nascosti, eredi di una tradizione di dissidenza sotterranea.
La cultura ufficiale appare moderna, ma sotto la superficie c’è un vuoto di autenticità e libertà. La censura si fa sempre più sottile, isolando la Russia dal confronto artistico internazionale.
Il filosofo e critico d’arte Boris Groys offre uno sguardo lucido su questa realtà. Nel suo saggio “Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale”, spiega come sotto Stalin l’arte sia diventata uno strumento del potere totale, una sorta di monumento imposto dall’alto che modellava la società nel suo complesso.
Oggi, osserva Groys, il potere russo sembra seguire una logica simile: un’“ingegneria sociale” che vuole plasmare la società eliminando ogni spazio di mediazione o compromesso. Il potere si presenta come un demiurgo, capace di scolpire la realtà secondo regole rigide e autoritarie.
Di fronte a tutto questo si affaccia però un altro modo di fare arte: l’arte relazionale. Qui l’opera nasce dal dialogo tra artista e pubblico, puntando sulla partecipazione collettiva per costruire insieme. È un laboratorio di democrazia, dove il pluralismo si difende attraverso la condivisione e l’interazione.
Resta però il dubbio: quanto anche queste pratiche riescano a sfuggire a forme più sottili di controllo, dove la collaborazione rischia di diventare un modo indiretto per sorvegliare e limitare?
La storia di Oleg Kulik incarna bene la difficoltà del dissenso in Russia. Quando lo incontrai nel 1998, Kulik era il volto di un’avanguardia post-sovietica piena di speranze e apertura internazionale. Oggi, però, il suo percorso racconta il prezzo del restringimento degli spazi di opposizione.
Nel 2014 Kulik usò una metafora dura: “mordere o leccare i piedi”. In sostanza, combattere il potere rischiando tutto o arrendersi per sopravvivere. La maggior parte degli artisti sceglie l’apatia o una resa di facciata, lasciando vuote istituzioni culturali che all’esterno appaiono moderne, ma dentro sono prive di libertà autentica.
Anche in Occidente, certo in modo meno evidente, si ripropone questo dilemma: l’artista deve scegliere tra indipendenza e compromessi dettati dal mercato, dai media o dalle pressioni sociali.
La spaccatura tra cultura ufficiale e dissidenza si è vista chiaramente alla Biennale di Venezia del 2026. Il padiglione russo è diventato un simbolo di questo scontro: da una parte la presenza ufficiale, controllata da Mosca, dall’altra la protesta vivace di gruppi come le Pussy Riot.
Questo confronto ha trasformato lo spazio in un teatro di lotta tra una cultura asservita al potere e una resistenza creativa viva e vibrante. Ha messo in luce quanto, dietro le apparenze, la Russia sia divisa tra una narrazione ufficiale e il desiderio di libertà di una parte importante della società.
Questa vicenda ci ricorda che cultura e politica sono intrecciate, e che il futuro si gioca proprio su questo terreno, dove il controllo e la repressione sfidano il diritto di costruire un domani condiviso.
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