Milano, anni Ottanta: l’arte cambia pelle. Stefano Arienti e Marco Mazzucconi sono lì, protagonisti di una scena che si libera dall’espressionismo pesante per abbracciare leggerezza, ironia e rottura delle regole. Oggi, a Lugano, la Galleria Primo Marella riaccende quella fiamma con “One Art, Please!”, una mostra che li riunisce per la prima volta. Fino al 9 ottobre 2026, si può respirare quell’aria di fermento, di performance e di interventi che hanno riscritto la tradizione artistica italiana, dando voce a un decennio spesso dimenticato ma decisivo.
Nel 1984, Arienti e Mazzucconi si incontrarono nell’ex fabbrica Brown Boveri, un complesso industriale abbandonato sull’isola milanese, trasformato in un vero e proprio spazio d’arte grazie a una “occupazione” nata da un gruppo di studenti di Architettura del Politecnico di Milano. Ispirati dalle lezioni di Corrado Levi, che raccontava la vivacità artistica di New York e spingeva a cercare nuovi spazi per l’arte in città, i giovani decisero di trasformare la Brown Boveri in un laboratorio creativo, organizzando una mostra negli ambienti vuoti e degradati della fabbrica.
All’inizio fu tutto clandestino e silenzioso: Arienti, insieme a studenti e amici, entrava forzando porte e finestre, trovando spazi pieni di oggetti abbandonati e piante cresciute da sole. Col tempo, l’occupazione si allargò, coinvolgendo sempre più artisti e dando vita a opere spesso provocatorie e giocose. L’inaugurazione ufficiale arrivò a maggio e attirò l’attenzione dei media, compresa la RAI. Ma la proprietà non tardò a reagire, murando gli ingressi e poi procedendo alla demolizione.
Quel periodo fu quasi utopico, un’epoca di fermento che spinse Arienti e Mazzucconi a seguire con passione il corso anticonvenzionale di Levi. Le sue lezioni erano un mix di performance, ospiti di vario genere e contaminazioni culturali che rompevano le barriere tra arte, architettura e spettacolo. Nel gruppo passarono nomi come Tony Cragg, Daniel Buren e il graffitista Rammelzee, insieme a musicisti, parrucchieri e maghi che animavano un ambiente ricco di stimoli e novità.
Arienti e Mazzucconi arrivarono nel mondo dell’arte senza una formazione accademica tradizionale, ma con un interesse genuino e spontaneo per la creatività. A differenza dell’arte espressionista rigida e spesso ingessata che dominava allora, i due si mossero con un atteggiamento irriverente, prendendo di mira il “snobismo intellettuale” e i codici rigidi dell’arte ufficiale. La loro libertà era vera, non costruita a tavolino, e si traduceva in opere leggere e ironiche.
A metà anni Ottanta, la loro collaborazione prese forma anche grazie a relazioni informali. Marco condivideva uno studio in via Bonghi con Amedeo Martegani, e Stefano divenne un frequentatore abituale. In questo clima crearono alcune grandi carte pittoriche fatte a più mani, nate per gioco senza la pretesa di essere esposte, poi però finite in un bar trendy della città. Un’esperienza che racconta bene il lato ludico e spensierato del loro lavoro, capace però di lasciare un segno importante.
Oggi entrambi mantengono una ricerca aperta, non rigida, che si fonda sul gioco e la sperimentazione. Tecniche come l’uso della plastilina, le cerniere lampo applicate alle immagini o schizzi dall’aria fumettistica raccontano questo approccio fluido. Le loro carriere sono segnate da più stagioni, attraversate da temi come la percezione, il caso e il passaggio tra visione ed emozione, chiavi fondamentali per capire la loro poetica condivisa e al tempo stesso personale.
Negli anni Ottanta l’arte italiana viveva in circuiti ristretti e paralleli, con poche riviste specializzate e un passaparola tra addetti ai lavori. La comunicazione era limitata e frammentata, il pubblico più selezionato e meno vasto. In quel contesto si creava una comunità artistica compatta, con un rapporto più diretto e umano tra opere e spettatori. Arienti ricorda di essersi sentito all’inizio un “timido acerbo”, senza ancora la consapevolezza professionale che ha maturato nel tempo, ma mosso da una ricerca intensa.
Il successo arrivò presto, con mostre importanti già dal 1985 e la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1990, un traguardo di rilievo. Mazzucconi ricorda quegli anni come un tempo di creatività libera e intensa, fatta di alternanze tra momenti di lavoro e riflessione. I suoi lavori di allora, pur diversi tra loro, portano un’impronta riconoscibile e mostrano le sue esplorazioni su temi complessi come la percezione visiva e il caso mentale.
Oggi il mondo dell’arte è cambiato profondamente. La diffusione globale e digitale, le tante piattaforme di comunicazione e il peso dei media hanno trasformato il rapporto tra pubblico e artista. Nonostante questo, entrambi riconoscono nel passato un periodo di libertà creativa che oggi sembra più raro. La sfida resta mantenere uno sguardo critico e originale sulle dinamiche contemporanee, senza perdere la ricchezza emotiva e intellettuale del proprio lavoro.
Nonostante il successo, Arienti e Mazzucconi hanno spesso dovuto affrontare diffidenze e critiche. Arienti racconta come l’“Arte Povera”, movimento dominante in Italia, abbia guardato con sospetto il loro lavoro, giudicato forse troppo “vetrinista” e privo di quella posizione combattiva che altri rivendicavano. Luciano Fabro, protagonista di quella scena, pur mantenendo rapporti cordiali, non risparmiò giudizi duri. Arienti preferì sempre la curiosità verso esperienze diverse anziché inimicarsi il mondo dell’arte.
Mazzucconi, invece, si è sempre tenuto lontano dall’arte a contenuto politico diretto, scegliendo di lasciare aperte molteplici interpretazioni alle sue opere. La sua arte è non assertiva e libera da dogmi. Sul piano intellettuale si nutre di letteratura, con autori come Tomasi di Lampedusa, Shakespeare e Elmore Leonard che hanno influenzato il suo modo di raccontare per immagini, usando prospettive multiple e evitando uno stile troppo personale. In particolare la letteratura inglese gli ha insegnato a creare narrazioni fluide, che lasciano spazio a interpretazioni mutevoli.
Mazzucconi coltiva inoltre una passione sincera per i ritmi latini e la salsa, che considera più relazione che tecnica. Nel ballo cerca quell’intimità tattile, quell’equilibrio in movimento e quella “conversazione” senza parole che si ritrovano anche nell’esperienza artistica. L’improvvisazione dentro regole precise è per lui un antidoto al rigore freddo di certe correnti, un modo per liberare la mente e rigenerarsi. Questa esperienza aiuta a costruire un rapporto sensibile con l’altro, che si riflette anche nelle sue opere.
La mostra alla Galleria Primo Marella offre anche l’occasione di vedere una recente serie di Marco Mazzucconi, intitolata proprio “One Art, Please!”. Questi lavori si interrogano sul senso della pittura oggi, spesso affrontata senza un concept chiaro o un approccio critico. Mazzucconi propone quadri astratti come finestre aperte su spazio e colore, inseriti però in contesti immaginari come il “white cube” delle gallerie moderne.
Si tratta di grandi schizzi su carta, realizzati con grafite e tocchi di colore spatolato ai bordi, dove compare anche un accenno astratto alla cornice. L’artista evita linguaggi stilistici precostituiti, con uno sguardo che è insieme ironico e affettuoso verso la pittura. Questo gioco è una critica sottile e scherzosa all’autorialità e alla seriosità che spesso appesantiscono l’arte contemporanea.
Il dialogo tra mostra e serie permette di cogliere come la riflessione sulla percezione, la leggerezza e la libertà stilistica siano temi che attraversano tutta la loro esperienza. “One Art, Please!” diventa così un momento di sintesi e attualizzazione di un percorso condiviso, capace di offrire ancora oggi spunti e suggestioni sul senso e la forma dell’arte contemporanea.
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