A Venezia, Khaled Sabsabi rompe il silenzio con un progetto che scuote lo spazio espositivo
Nato a Tripoli nel 1965 e cresciuto in Australia, l’artista porta alla Biennale 2026 un’opera che sfugge a definizioni semplici. Conference of one’s self non racconta la migrazione o la spiritualità in modo diretto, ma crea una tensione sottile, quasi palpabile. Nel 2025, lui e il curatore Michael Dagostino erano stati esclusi dal Padiglione Australia per un’opera del 2007 che ritraeva Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Una decisione poi annullata, che rivela quanto il lavoro di Sabsabi tocchi temi delicati e controversi. Ora resta solo da scoprire come questa esperienza si farà strada tra le onde della Biennale.
Conference of one’s self si ispira al poema sufi del XII secolo The Conference of the Birds, scritto da Farid al-Din Attar. Ma l’opera di Sabsabi non è un semplice omaggio o simbolo: prende la struttura poetica per tracciare un percorso nel cuore dell’identità, vista come un pellegrinaggio complesso. Qui si intrecciano senza ordine lineare storie personali, migrazione, pluralismi culturali e appartenenze collettive. Australia e Venezia, entrambe plasmate dall’acqua e dalla convivenza di popoli diversi, diventano lo sfondo perfetto per questo dialogo. L’obiettivo è ricostruire un centro condiviso, un luogo dove le molte identità possano incontrarsi senza perdere la propria voce.
Al centro di questo lavoro c’è una riflessione profonda. In un contesto come la Biennale, spesso sovraccarico di stimoli e significati, Sabsabi cerca di rallentare il passo, di cambiare il modo in cui si percepisce lo spazio e ciò che lo attraversa. Immagini, suoni e memorie non sono simboli da decifrare in fretta, ma invitano a una partecipazione più lenta, più intensa. Qui l’arte diventa uno strumento per mettere in discussione la percezione di sé e dell’altro, in uno spazio sospeso dove le diversità si incontrano e si sfidano.
Nel febbraio del 2025 l’ambiente artistico australiano e internazionale è stato scosso da un caso che ha fatto discutere. Khaled Sabsabi e il curatore Michael Dagostino sono stati allontanati dal progetto per il Padiglione Australia da Creative Australia, l’ente governativo che gestisce le attività artistiche nel paese. Il motivo ufficiale era la presenza nell’opera You di immagini controverse di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, considerato terrorista in diversi paesi. La decisione ha acceso un dibattito acceso, mettendo in luce le difficoltà di affrontare temi politici e spirituali in spazi pubblici e istituzionali.
La pressione mediatica e politica ha fatto pensare a una censura, ma a luglio dello stesso anno Sabsabi e Dagostino sono stati reintegrati nel progetto della Biennale. Questo dietrofront racconta la complessità con cui l’arte contemporanea deve confrontarsi con questioni geopolitiche e di identità culturale. Oggi il lavoro di Sabsabi al Padiglione Australia ha un peso simbolico forte: rappresenta la volontà di un’arte che non rinuncia a interrogare le tensioni del presente, senza semplificarle.
Conference of one’s self si basa su un dialogo tra dimensioni apparentemente opposte: l’interiorità e l’esperienza collettiva, la fede personale e il movimento della diaspora. Sabsabi non ha voluto rappresentare migrazione o religione in modo didascalico; ha creato invece una “zona di soglia” dove diverse culture possono convivere in un equilibrio fragile. Le tensioni emergono dal confronto delle storie, ma l’emozione che nasce non è quella dello scontro, bensì di un’umanità da scoprire e sentire insieme.
Il lavoro si appoggia alla tradizione sufi, in particolare alla purificazione interiore e all’impegno per una sincerità profonda. Nel poema di Attar, gli uccelli affrontano sette tappe verso il divino dentro di sé; Sabsabi aggiunge un’ottava, che rappresenta la completezza come un processo di apprendimento e disapprendimento. Questo si traduce in otto dipinti disposti nello spazio, che scandiscono il ritmo della visita e accompagnano il pubblico in un percorso meditativo fatto di immagini, suoni e simboli.
Attraverso questa pratica, che unisce pittura, video e suoni, Sabsabi offre un momento di pausa e riflessione. In un contesto come la Biennale, spesso dominato da stimoli veloci e concetti complessi, la sua opera invita a fermarsi e a respirare insieme. In quell’attimo di sospensione, i confini tra individuo e collettività si fanno più sfumati, aprendo la strada a una comunione profonda.
La collaborazione tra Khaled Sabsabi e il curatore Michael Dagostino nasce da radici comuni, entrambe segnate dalla migrazione e da una vita nel tessuto multiculturale di Western Sydney. Questo dà al loro lavoro una sintonia che si sente nella qualità dell’esposizione. Dagostino e Sabsabi non sono solo colleghi, ma condividono una vera comprensione delle complessità legate all’identità e alla diversità culturale.
Il progetto va oltre la rappresentazione di una singola nazione: propone un discorso universale su identità e appartenenze. Questo doppio sguardo permette di offrire al pubblico della Biennale di Venezia 2026 uno spazio di pensiero aperto e sfaccettato, capace di parlare a pubblici e culture diverse. In un’edizione intitolata In Minor Keys, dove l’ascolto e la sensibilità sono al centro, il lavoro di Sabsabi trova il suo posto naturale, puntando su un’arte intima e sottilmente spirituale.
Il suo invito a chi visita il Padiglione Australia è semplice: entrare in contatto con la propria verità e accogliere il valore delle domande, più che cercare risposte immediate. È in questo scambio che si gioca la forza della sua arte, capace di allargare la percezione di sé e dell’altro in un mondo che non sta mai fermo.
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