Nel silenzio ovattato di una stanza d’hospice, mentre il respiro del padre di Marta Cai si faceva sempre più lieve, un albero fuori dalla finestra rimaneva immobile, testimone muto di un addio imminente. Quell’albero, una robinia, non parlava, eppure sembrava dire tutto. Da quel piccolo osservatorio, con gli occhi fissi sul padre fragile ma ancora presente, Cai ha trovato un modo nuovo di raccontare la fine della vita: un silenzio che pesa, che esiste accanto alle parole non dette, senza cercare di sostituirle.
Gli alberi non sono solo parte del paesaggio, ma presenze costanti che accompagnano la vita e la perdita. Nel libro, la robinia diventa simbolo di questa presenza discreta e accogliente, che non pretende nulla, non cerca spiegazioni, ma resta lì, silenziosa. Dall’esterno, l’albero scruta la stanza dell’hospice, saldo in una realtà fatta di muta abbondanza: una presenza che non cambia pur attraversando ogni stagione, ogni evento, perfino la fine.
Cai spiega come, a differenza degli esseri umani, gli alberi non si perdano in parole inutili, non insistano, non cerchino di capire con spiegazioni. Questo è importante per chi affronta la perdita: spesso, davanti alla morte, le parole non bastano e il silenzio diventa un rifugio necessario, anche se difficile da sopportare. La natura, con la sua pazienza implacabile, suggerisce un modo diverso di esserci: stare insieme senza la pressione di dover riempire ogni silenzio.
Nel racconto di Cai la differenza tra piante è netta. I fiori recisi portano un silenzio carico di dolore, una stanchezza che parla di fine imminente. Sono stati strappati dalla loro radice, non possono più crescere: un’immagine forte di dolore puro e immediato.
I fiori in vaso, invece, sembrano sospesi in un tempo bloccato, come un’interruzione tra vita e morte. Sono la presenza di chi non c’è più, ma non è ancora del tutto assente nello spazio. Quel silenzio è fragile, teso, pieno di significato: un modo per raccontare la difficoltà di elaborare la perdita.
L’albero, infine, si distingue da entrambi. Resiste, cresce lentamente, senza fretta o agitazione. La robinia diventa simbolo di continuità, un ricordo che non si ferma a un solo momento o emozione, ma accompagna il lutto e la memoria nel tempo. Per Cai è stato un alleato prezioso nel suo percorso.
“Quasi una robinia” è un viaggio sincero e poetico nel rapporto con la morte e il silenzio che la circonda. La scrittura di Marta Cai non si limita a descrivere, ma cerca un modo diverso per raccontare l’ineffabile. Tornare all’albero significa rinunciare alla tentazione di spiegare o dare risposte definitive. Qui le parole si fanno leggere, si assottigliano per lasciare spazio a una percezione più profonda: la morte vista non come un nemico da combattere, ma come parte naturale del ciclo della vita.
La scrittura di Cai, semplice ma intensa, invita a osservare con attenzione i dettagli. L’albero diventa ponte tra il mondo interiore dell’autrice e la realtà che la circonda, offrendo al tempo stesso un simbolo di pace e presenza. Attraverso la natura, il libro propone un modo diverso di raccontare il lutto, dove silenzio e tempo giocano un ruolo centrale.
Così “Quasi una robinia” si fa testimonianza potente e originale, capace di parlare a chiunque abbia affrontato la fatica di un addio senza parole. Un racconto che unisce padre, scrittrice e albero in un unico, profondo abbraccio.
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