Voglio dipingere l’infinito, diceva Yayoi Kusama, e lo ha fatto davvero, trasformando il proprio tormento in un universo visivo che ha conquistato il mondo. Fin da bambina, i suoi disegni mescolavano sogno e realtà in modo così intenso da spaventare chi le stava vicino. Cresciuta in una famiglia rigida, ha dovuto lottare con conflitti interiori che si riflettono in ogni sua opera: quei motivi ossessivi, quei puntini che sembrano espandersi all’infinito, raccontano un disagio profondo e un’energia travolgente. La sua carriera si è snodata per oltre settant’anni, attraversando continenti e culture, fino a farla diventare un’icona riconosciuta ovunque. Kusama si è spenta a Tokyo a 97 anni, ma la sua arte continua a invadere musei e strade, lasciando un segno indelebile nel presente.
Yayoi Kusama nasce nel 1929 a Matsumoto, in Giappone, ultima di quattro figli. La sua infanzia è segnata da un ambiente familiare turbolento. La passione per il disegno si fa strada presto, ma la madre, severa, cerca di frenarla: fogli strappati, matite sottratte, continui ostacoli. Paradossalmente, tutto questo spinge Kusama a esprimersi con urgenza e intensità, fissando rapidamente le sue visioni.
Le allucinazioni e le visioni che l’hanno accompagnata fin da giovane, che Kusama ha sempre collegato a problemi psicologici, diventano la materia prima per la sua arte. A complicare il quadro c’è anche il padre, figura problematica, emarginata in famiglia e infedele. La ragazza si ritrova a fare da testimone silenziosa degli incontri clandestini, un peso emotivo che riaffiora nei suoi temi ricorrenti.
L’arrivo a New York, alla fine degli anni Cinquanta, segna una svolta. Insegue il sogno americano in un periodo di grande fermento artistico, dove incontra figure come Andy Warhol e l’Espressionismo astratto. Deve lottare contro pregiudizi legati al fatto di essere donna e asiatica, ma con tenacia riesce a farsi strada.
A New York Kusama trova il terreno giusto per dare forma a un linguaggio artistico tutto suo. La prima grande mostra arriva alla galleria Brata, punto di riferimento per giovani artisti. Nel 1965 crea la sua prima Infinity Mirror Room, Phally’s Field: una stanza con pareti specchiate che moltiplicano all’infinito sculture colorate ricoperte di pois, forme tentacolari dai colori vivaci. Queste installazioni sono mondi paralleli, psichedelici e surreali, nati dalle sue visioni e dai suoi turbamenti.
I pois, icona della sua arte, non sono solo decorazione: per Kusama sono un modo per cancellare i confini tra sé e l’ambiente. Nel 1968 spiegò che i pois servono a far scomparire la percezione di sé, fondendo il corpo con l’universo e creando un senso di infinito e unità. Questa idea emerge anche nel documentario Kusama – Infinity del 2019, che mostra come la sua arte sia stata una forma di terapia contro la negatività mentale.
Negli anni americani Kusama si fa anche portavoce di battaglie sociali: contro la guerra in Vietnam, la discriminazione razziale e sessuale, e a favore dei diritti LGBTQ+. Tornata in Giappone nel 1975, però, trova difficoltà a farsi riconoscere e attraversa un periodo di grave depressione, che la porta a ritirarsi gradualmente.
Dopo una pausa produttiva e anni lontani dalle esposizioni, negli anni Ottanta Kusama torna a farsi notare. La mostra del 1989 al Center for International Contemporary Arts di New York segna una nuova primavera per il suo lavoro. Nel 1993 rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia, confermando il suo ritorno in grande stile.
La sua arte si riconosce subito: ossessiva ripetizione di forme e motivi, che coprono zucche, fiori giganti e tanti altri soggetti. I temi sono profondi: l’infinito e l’accumulo, il legame con la natura e l’universo, la morte e la celebrazione della vita, il potere rigenerante dell’arte. Questi argomenti attraversano tutte le sue forme espressive: pittura, performance, cinema e installazioni.
Tra le sue Infinity Mirror Room più famose ci sono quella del 2012 al Tate Modern di Londra, Filled with the Brilliance of Life, e Fireflies on the Water dal Whitney Museum di New York, presentata per la prima volta in Italia a Bergamo. Anche durante la pandemia Kusama non si è fermata, creando la serie Everyday I Pray for Love, segno di una dedizione instancabile.
Oltre ai musei più prestigiosi come MoMA, Tate e il National Museum of Modern Art di Tokyo, la sua influenza si estende alla cultura pop e alla moda. La collaborazione con Louis Vuitton, iniziata nel 2012 su impulso di Marc Jacobs, è durata fino al 2023, con progetti che hanno coinvolto boutique di lusso e installazioni iconiche in città come Milano, New York e Parigi.
Yayoi Kusama lascia così un segno indelebile nell’arte contemporanea, con uno stile immediatamente riconoscibile e un percorso che ha trasformato il dolore personale in opere capaci di toccare milioni di persone in tutto il mondo.
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