Il ghiaccio si ritira, implacabile, e sotto il suo lento sciogliersi riaffiorano storie dimenticate da millenni. A tremila metri, tra i ghiacciai del Tresero, nel cuore dello Stelvio, sono riaffiorate tredici incisioni rupestri. Segni incisi nell’età del Bronzo, nascosti dal gelo per più di tremila anni. Non sono solo semplici graffi sulla roccia: raccontano di uomini che frequentavano, forse veneravano, quelle alture quando nessuno avrebbe immaginato fosse possibile. Quel paesaggio, oggi così ostile, un tempo era un luogo vivo, carico di significati profondi.
Era il 2017 quando, durante un’escursione a circa 3.000 metri, lo studente comasco Tommaso Malinverno si è imbattuto in incisioni sulle rocce di micascisto, nascoste sotto il ghiaccio di Punta Segnale. La scoperta, del tutto fortuita, ha subito richiamato l’attenzione degli archeologi. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, insieme all’Istituto Archeologico Valtellinese, ha esaminato il sito con cura, confermandone l’importanza scientifica.
Le incisioni risalgono indicativamente a un periodo tra 3.600 e 3.200 anni fa, cioè tra l’Età del Rame e quella del Bronzo. Il fatto che si trovino a così grande altezza lascia stupiti: dimostra che l’uomo frequentava queste montagne molto prima di quanto si pensasse, sfidando l’idea che fossero territori quasi inesplorati. Oggi il sito è tra i più importanti dell’arte rupestre alpina, una testimonianza preziosa di una presenza umana che arrivava fino ai ghiacciai.
Le figure incise sul micascisto raccontano un mondo simbolico complesso. Le immagini più chiare sono quelle di figure umane con le braccia alzate, che gli studiosi interpretano come “oranti”. Questo gesto potrebbe indicare un atteggiamento rituale, forse preghiere o cerimonie svolte proprio in alta quota.
Non mancano poi spirali, forme geometriche e quello che sembra un animale ovino. La spirale, comune nell’arte preistorica, potrebbe richiamare idee di ciclicità, osservazioni del cielo o significati mistici. Le figure di animali, invece, potrebbero parlare di caccia, agricoltura o del ruolo simbolico di certe specie nelle credenze di allora.
Nel complesso, queste incisioni ci offrono uno sguardo più ricco sulla cultura delle popolazioni alpine di un tempo. Non sono segni casuali, ma un modo di esprimersi ben preciso, inserito nel paesaggio per comunicare con forze naturali o soprannaturali. In questo senso, si collegano ad altre incisioni scoperte in Valtellina e nella Valle Camonica.
Il clima ha giocato un ruolo chiave nella storia di queste incisioni. Le superfici incise erano per millenni sepolte sotto il ghiaccio del Tresero. Solo dalla metà del Novecento il ghiacciaio ha cominciato a ritirarsi stabilmente, esponendo finalmente le rocce.
Se da un lato il ritiro dei ghiacci ha permesso la scoperta, dall’altro mette a rischio la conservazione delle incisioni. Protette finora dal ghiaccio, ora sono esposte agli agenti atmosferici: gelo, disgelo, pioggia e vento rischiano di cancellare quei segni preziosi. Senza interventi mirati, potrebbero sparire per sempre.
Gli studiosi avvertono: il riscaldamento globale è una lama a doppio taglio. Svela il passato, ma lo mette anche in pericolo. Per questo è fondamentale monitorare costantemente il sito e trovare modi per proteggere queste testimonianze dal degrado.
Le incisioni si trovano lungo un sentiero che parte dal Rifugio Berni, sul Passo Gavia, a 2.621 metri. Da lì si prosegue verso Punta Segnale, attraversando pendii morenici ai piedi del Pizzo Tresero. Il percorso è lungo circa 4,6 chilometri con un dislivello di 472 metri, fino a raggiungere quasi i 3.000 metri dove si trovano le incisioni.
L’escursione è consigliata nelle prime ore del mattino, quando la luce aiuta a cogliere i dettagli più sottili. Oltre alle incisioni, il paesaggio racconta storie di frequentazioni umane diverse, dalla Preistoria alla Prima Guerra Mondiale, fino ai cambiamenti recenti causati dal clima.
Punta Segnale è così un museo a cielo aperto, dove natura e storia si intrecciano in modo unico. Un luogo fondamentale per capire quanto profonda e complessa sia stata la presenza umana sulle montagne fin dall’Età del Bronzo.
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