A Venezia, uno schermo si accende e cattura l’attenzione, un’immagine si muove, si trasforma. La videoarte invade la città, non più solo sfondo, ma protagonista assoluta. Tra calli e piazze, ogni angolo diventa un palcoscenico: proiezioni che si insinuano negli spazi più inattesi, con una presenza che sorprende per intensità e varietà. Non è solo quantità, qui la qualità emerge nitida. Da Palazzo Grassi alle Prigioni, passando per i Giardini della Biennale, fino a luoghi meno noti come l’Oratorio dei Crociferi o l’Ateneo Veneto, le installazioni raccontano storie di morte, creazione e tecnologia. Venezia, così, si veste di nuove narrazioni visive, pulsa di un’arte che parla direttamente allo spettatore.
La 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia ha consacrato la videoarte come protagonista assoluta, ma il fenomeno va oltre la biennale ufficiale, coinvolgendo eventi e performance sparsi per tutta la città. Il segreto di questo successo? La versatilità del video: facile da vedere, semplice da montare anche nelle complicazioni di Venezia, con le sue calli strette e le regole da rispettare. In piazze e stradine, i video si lasciano guardare e ascoltare senza troppi problemi tecnici, aprendo la strada a contenuti anche complessi.
Palazzo Grassi ospita i documentari poetici di Amar Kanwar, presentati con installazioni multischermo curate nei dettagli. Al Palazzo delle Prigioni, il padiglione di Taiwan propone un progetto digitale firmato da Li Yi-Fan, dove realtà e digitale si mescolano in un’esperienza che mette in discussione la percezione. All’Oratorio dei Crociferi, Leva Lenugaryte dialoga con antichi affreschi, mentre all’Ateneo Veneto Natasha Tontey illumina l’arte rinascimentale con immagini in movimento.
Nei Giardini della Biennale, il Padiglione Danimarca presenta l’opera di Maja Malou Lyse, che trasforma lo schermo in un elemento architettonico, intrecciando temi sull’immaginario pornografico e ricerche sulla fertilità maschile. A maggio, Campo Manin si è trasformato in un teatro di videoartisti come Kandis Williams, Tai Shani, Meriem Bennani e Orian Barki, confermando Venezia come punto di riferimento per l’arte audiovisiva contemporanea, capace di coinvolgere pubblico e artisti con un linguaggio moderno e diretto.
Nel cuore di questa ondata video c’è “Canicula”, la mostra che fino al 22 novembre anima il Complesso dell’Ospedaletto. È il capitolo finale della “Trilogia delle Incertezze”, curata da Leonardo Bigazzi e Alessandro Rabottini insieme alla Fondazione In Between Art Film. Qui il video non è solo immagine su schermo, ma dialoga con lo spazio, diventando parte integrante della narrazione. Le otto opere in mostra offrono immagini potenti, immersive, che risucchiano lo spettatore in un vortice visivo e sensoriale.
Diversamente dai momenti più malinconici della trilogia, “Canicula” sprigiona un’energia abrasiva, una forza che colpisce come una luce accecante. Non si tratta solo di raccontare storie, ma di offrire epifanie visive dove realtà, fantasmi e tecnologia si intrecciano. La videoarte si conferma così un mezzo flessibile, capace di unire narrazione e presenza sensoriale, dialogando con la fotografia e il movimento delle immagini.
Le installazioni non sono sfondi passivi: diventano luce che invade la stanza, suono che accompagna il visitatore, colore che si fa materia. L’Ospedaletto si trasforma in un ambiente dove la videoarte si espande oltre lo schermo, creando un’esperienza a tutto tondo.
I video in mostra raccontano storie diverse, ma tutte curate nella ricerca di un equilibrio tra forma e contenuto. Non sono esperienze facili da incasellare o scontate: ogni opera porta con sé intensità e complessità, stimolando percezione e riflessione. P. Staff, per esempio, si ispira alla lucidità terminale – quel momento di chiarezza poco prima della morte in certe malattie – e usa la persistenza retinica per modulare luci e colori che non restano confinati allo schermo, ma si diffondono nell’ambiente, coinvolgendo anche la grande scala a chiocciola vicina.
Qui “immersività” non è un termine usato a caso o per spettacolarizzare: indica invece un dialogo profondo tra forma, corpo e spazio. Janis Rafa e Maya Watanabe raccontano storie centrali sul corpo. Rafa mette in scena un’allegoria forte del sacrificio, unendo corpi umani e animali in un gioco di contrasti tra rosso e blu, che domina la Chiesa di Santa Maria dei Derelitti, creando una tensione continua tra sacro e profano.
Watanabe, invece, porta il corpo di un mammut lanoso emerso dal ghiaccio artico a trasformare lo spazio in un microcosmo. L’oscurità diventa un cielo stellato, mentre specchi e pavimenti inclinati disorientano lo spettatore, accentuando la sensazione di un viaggio totale e immersivo. Il video va oltre la narrazione visiva, diventando esperienza corporea e spaziale.
“Canicula” si addentra in temi densi e attuali: la morte, la creazione, la distruzione, le nuove tecnologie. Le opere affrontano la fragilità della vita, l’eredità della storia e i meccanismi di controllo digitale. Roman Khimei e Yarema Malashchuk con “Wishful Thinking” immaginano testimonianze di soldati russi sul letto di morte in un futuro indefinito, intrecciando riferimenti iconici come il Cristo morto di Mantegna e quello di Holbein, immagini potenti che in passato hanno messo in crisi la fede stessa.
Altri artisti come Yuyan Wang, Wang Tuo e Lawrence Abu Hamdan indagano i rischi e le potenzialità della tecnologia, con un occhio sia ai fallimenti sia alle possibilità di fusione con la cultura umana. Abu Hamdan, noto per il suo lavoro sul suono come prova legale, propone un video a quindici canali che racconta storie di fuga e tracce sonore in movimento, sfruttando al massimo la forza narrativa del mezzo.
Massimo D’Anolfi e Martina Parenti portano un ciclo di 24 video, “24 Landscapes + A Vision”, che raccontano storie di creazione e distruzione, mettendo a fuoco il rapporto tra uomo, ambiente e memoria con un montaggio sincronizzato e una qualità tecnica di alto livello. Queste opere richiedono tempo e attenzione, ma ripagano con una narrazione profonda e stratificata.
La curatela di Bigazzi e Rabottini fa di “Canicula” una metafora potente, un richiamo attraverso l’arte. La canicola, quel caldo torrido e opprimente, diventa simbolo delle derive che la luce – e con essa la tecnologia – possono prendere se lasciate incontrollate. Il sole che abbaglia e brucia è un monito che vale oltre il fisico, toccando la cultura e la tecnologia.
Chi guarda diventa un Icaro moderno, che vola troppo vicino al sole dell’informazione, delle immagini, dei dati digitali. Ogni lampo visivo, ogni sovraccarico mediatico può trasformarsi in incendi di significato e crisi, sottolineando quanto sia importante un approccio consapevole ai nuovi linguaggi visivi e al rapporto tra arte, tecnologia e realtà. Con “Canicula”, Venezia conferma la sua vocazione di culla e frontiera di un dialogo che guarda dritto al presente, mettendo al centro temi che toccano la società, la memoria e il futuro dell’uomo.
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