Milano, 2026. La Biennale di Venezia sorride all’estero, ma l’Italia resta fuori dal gioco. In questo vuoto, cosa succede davvero nel cuore creativo della città? Andrea Fais, artista classe 2001, cresciuto e formato tra le strade milanesi, ci racconta la sua quotidianità fatta di luci e ombre. Tra fragilità e slanci, la sua voce disegna un ritratto vivo, a tratti inquieto, di un sistema artistico sospeso tra il locale e il mondo. Milano, con le sue contraddizioni, non è mai stata così presente.
L’assenza italiana alla Biennale ha acceso i riflettori su un problema più grande della sola mancanza di artisti: un sistema che fatica a valorizzare i nuovi talenti. Critici e operatori come Angela Vettese, Fabrizio Ajello e Alberto Villa hanno spesso evidenziato come le gallerie italiane tendano a privilegiare nomi stranieri già affermati, lasciando poco spazio ai giovani. Il nodo è nella distanza che c’è tra formazione, istituzioni e mercato, che spesso non riconoscono o sostengono a dovere la scena contemporanea italiana. Il risultato? Molti artisti emergenti non solo faticano a farsi spazio, ma rischiano anche di perdere continuità.
Milano gioca un ruolo centrale in questo panorama. La città concentra risorse e occasioni, ma convive con squilibri che rispecchiano problemi diffusi in tutto il paese. Qui i giovani artisti trovano una base importante, ma si scontrano con aspettative alte e risultati incerti. Andrea Fais definisce questo sistema produttivo ma nervoso, segnato da un modello di lavoro duro che pesa molto sulla ricerca artistica.
La città, con la sua misura, precisione e organizzazione, ha inciso non solo sui temi delle opere di Fais, ma anche sul modo in cui lavora. Gli oggetti che usa richiamano la materialità urbana, con forme contenute e funzionali, quasi schematiche. Milano, percepita come una metropoli ordinata e produttiva, ha stimolato in lui la voglia di mettere in discussione quei confini, aprendo la strada a trasformazioni, come le lastre di ferro delle sue sculture: inizialmente nette e definite, poi modificate dal tempo e dall’usura.
Il suo studio, Fazenda, si trova a Cologno, in periferia, e rappresenta un equilibrio tra ordine e caos, tra il rigore tipico milanese e l’irrazionalità della creatività. È uno spazio sacro, dove il lavoro si mescola a emozioni contrastanti: noia, paura, divertimento. Il viaggio per arrivarci, spesso solitario e controcorrente nel traffico, amplifica il senso di isolamento e autonomia, riflettendo il costante compromesso tra fatica e spinta creativa.
Nel percorso di un giovane artista a Milano non contano solo le capacità e il lavoro in studio, ma soprattutto le relazioni umane e professionali. Fais sottolinea quanto il confronto con i colleghi coetanei sia fondamentale per formarsi e mettere alla prova il proprio lavoro. Il dialogo critico, spesso diretto e senza filtri, nasce in studio, dove le opere si guardano, si condividono e si discutono.
Altrettanto importanti sono curatori, critici e collezionisti che accompagnano l’artista nella complessa navigazione del sistema. Per Fais, figure come Gaspare Luigi Marcone, Simone Brambilla, Rita Lucchini, Bruno Muzzolini e Giulia Colussi sono state interlocutori preziosi, capaci di offrire supporto concreto e fiducia in momenti decisivi. Questi incontri costruiscono una rete di protezione e accoglienza, un passaggio sicuro verso un mondo spesso difficile e spaventoso, aiutando a superare le paure legate all’ingresso nel mercato e nelle istituzioni artistiche.
La partecipazione di Fais a Venezia, nella mostra LETTERA a Palazzo Bragadin Carabba nel 2026, si inserisce in un fermento culturale indipendente. Ideato da Giulia Colussi insieme a Elena Re, LETTERA è un appuntamento annuale parallelo alla Biennale, pensato per dare spazio a talenti emergenti in un contesto meno istituzionale ma carico di significato.
Per l’artista, prendere parte a LETTERA è stato un modo per inserirsi in una comunità attiva e critica, capace di scuotere un po’ l’ordine consolidato dell’arte. Ha esposto opere del ciclo “Brillare prima di sparire”: lastre di ferro consumate dal tempo e fusioni in bronzo di scampi da cui sbocciano fiori, immagini enigmatiche e surreali che parlano di trasformazione, caducità e radicamento. L’esperienza veneziana, anche se inserita in un contesto affollato, si è rivelata preziosa per il dialogo e la visibilità.
Tra le figure più importanti nel percorso di Fais c’è Giulia Colussi, collezionista con cui ha costruito un rapporto basato su fiducia e passione. A differenza di un collezionismo distaccato, il suo approccio è diretto e sincero, frutto di un vero scambio con l’artista e il suo lavoro.
Questo tipo di relazione diventa un pilastro nella crescita di un giovane artista, che trova in Colussi un interlocutore che crede nel valore delle opere ancor prima che lui stesso sviluppi piena sicurezza. L’esperienza di Fais mostra quanto il sostegno umano e professionale sia un collante fondamentale in un mondo dell’arte spesso complicato e selettivo.
L’ironia nei lavori di Fais non è solo un vezzo, ma un mezzo per affrontare la precarietà e la fragilità umana. La usa per illuminare aspetti dolorosi e nascosti della vita, come la paura della morte o le imperfezioni dell’esistenza.
Un esempio è “Mi cerco” , una serie di riproduzioni di caccole ricoperte di rame e oro 24 carati. Il gesto di mettersi il dito nel naso, considerato imbarazzante o disgustoso, qui si trasforma in un modo per scavare dentro se stessi, affrontando senza pudore l’intimità più nascosta. Le forme, disposte a parete come stelle in una costellazione, esprimono la tensione tra rifiuto e osservazione, ironia e profondità, offrendo uno sguardo acuto sul corpo e la soggettività di oggi.
Per Andrea Fais, Milano è una città che spinge, mette pressione e moltiplica aspettative, ma al tempo stesso offre opportunità reali. Il desiderio di far uscire le opere dallo studio e portarle in spazi pubblici si scontra con la consapevolezza che tutto richiede tempo e pazienza. Attesa e frenesia convivono in un limbo, come accade anche nella scultura, dove non si può forzare il naturale processo di trasformazione.
Le sue ultime opere, come le zampe di bronzo dalle forme goffe e le spugne di sapone fatte da calchi di oggetti consumati, incarnano questa tensione tra incertezza e perseveranza. I corpi mal adattati e il procedere lento a piccoli passi raccontano la difficoltà di trovare spazio nel mondo dell’arte, ma anche la volontà di restare in una zona di ricerca e continua evoluzione.
Un passaggio chiave nel percorso di Fais è stato il confronto con The Open Box, spazio noto e stimato a Milano. La mostra organizzata lì è stata un’occasione concreta di crescita, grazie anche al sostegno di curatori come Gaspare Luigi Marcone e Gianni Caravaggio. L’attenzione dedicata alla costruzione dello spazio e al movimento visivo ha insegnato a Fais che esporre non vuol dire solo mettere oggetti, ma raccontare una storia viva.
Queste esperienze raccontano le difficoltà ma anche la ricchezza di un percorso che molti giovani artisti affrontano nella metropoli lombarda, in un clima fatto di pressione, speranza e ricerca continua di una voce riconoscibile.
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