Milano, fine anni Venti. In un teatro ancora impregnato di echi classici, Giannina Censi inizia a tracciare una rotta nuova, fatta di movimento e rottura. Non era soltanto una ballerina: era una forza che scuoteva le fondamenta della danza tradizionale. Tra le luci fioche delle prime rappresentazioni e i clamori delle capitali europee, la sua figura si stagliava come un ponte tra passato e futuro. Il suo corpo, flessibile e audace, ridefiniva il gesto artistico, aderendo ai principi del futurismo con una carica di energia ancora poco vista. Quel viaggio, tra Milano e Parigi, ha lasciato un segno indelebile nel racconto della danza moderna.
Nata a Milano nel 1913, Giannina viene da una famiglia d’arte: il padre Carlo Censi è compositore, la madre Carla Ferrario cantante. In un ambiente così ricco di stimoli, a tredici anni inizia a studiare danza con Angelina Gini, insegnante al Teatro alla Scala. Qui si confronta con il metodo Cecchetti, un sistema rigoroso che le dà solide basi tecniche. Questa formazione sarà fondamentale per affrontare poi diversi stili e sperimentazioni.
A soli sedici anni debutta in due spettacoli importanti: “Alcesti” di Euripide e “Il Mistero di Persefone” di Ettore Romagnoli, messi in scena al Teatro Licinum di Erba con la compagnia di Jia Ruskaja. Già allora dimostra di voler portare qualcosa di nuovo, unendo danza e teatro in modo originale. Nello stesso anno cura le coreografie di “Danza degli spiriti delle vette”, ispirato ai poemi di Pietro Karr, rappresentato a Como. Questi primi passi la fanno notare negli ambienti d’avanguardia.
Nel 1930 lascia l’Italia per Parigi, centro pulsante di fermenti artistici. Qui si apre a nuove danze, studiando flamenco e danza indiana con Uday Shankar, un pioniere della danza moderna indiana. L’incontro con Josephine Baker, icona della scena parigina, amplia ancora di più i suoi orizzonti.
Partecipa anche alle lezioni di Lubov Egorova, maestra di balletto classico che ha formato grandi nomi come Serge Lifar e Maurice Béjart. Questo mix tra classico e modernità segna una svolta: da questa esperienza nascerà un linguaggio corporeo personale, capace di fondere influenze orientali e occidentali. Parigi diventa così la sua palestra per un’arte nuova, pronta a sorprendere al ritorno in Italia.
Tornata a Milano, Giannina sente il fermento culturale degli anni Trenta. Nel 1931 firma le coreografie di “Oppio” e “Grottesco meccanico”, spettacoli al Castello Sforzesco con musiche di Malipiero e Mangiagalli. Sono i primi passi verso la danza futurista, movimento che vuole tradurre in scena velocità, energia e sensazioni della vita moderna.
Contemporaneamente lavora anche su spettacoli più tradizionali, come “Le danze della Jungla” a Piacenza, “Mefistofele” ad Alessandria e “Un sogno” a Milano. Questo equilibrio tra tradizione e sperimentazione dimostra la sua capacità di muoversi agilmente tra stili diversi, senza perdere la propria identità.
Nel 1931 Marinetti, il fondatore del Futurismo, la nota e la coinvolge in “Simultanina”, un “divertimento futurista in 16 sintesi”. Lo spettacolo provoca scandalo, tra critiche e lancio di ortaggi, ma resta una tappa fondamentale per la danza futurista in Italia. Poco dopo, alla Galleria Pesaro, Censi presenta le “aereodanze”, ispirate alle aeropitture di Enrico Prampolini e accompagnate dai testi di Marinetti. Qui la musica scompare, i movimenti sono energici, a piedi scalzi, lontani dalle grazia del balletto classico.
Il costume aderente, disegnato da Prampolini, mette in mostra un corpo muscoloso e attivo, più vicino a quello di uno sportivo che a quello di una ballerina tradizionale. Questo cambio di estetica è visibile anche nelle foto pubblicate nel 1933 su “Cultura fisica della donna ed estetica femminile” di Giuseppe Poggi Longostrevi, dove Censi diventa simbolo di una nuova femminilità.
Nel decennio successivo la carriera di Censi prende slancio. Tra il 1932 e il 1933 cura le coreografie di “Alcesti” a Bologna, coinvolgendo oltre duecento ragazze dell’Opera Nazionale Balilla. Qui dimostra la sua abilità nel gestire grandi numeri e creare coreografie di forte impatto visivo.
Si fa notare anche nel “Carillon magico” di Pick Mangiagalli a Napoli, dove interpreta Pierrot, passando con disinvoltura da ruoli drammatici a quelli più leggeri. Nel 1934 lavora con Fortunato Depero in “Il vento” e “Macchina monella”, confermando l’incontro tra teatro, musica e danza futurista. Entra poi nella compagnia di teatro leggero di Achille Maresca e Armando Fineschi, accanto a star come Wanda Osiris e Riccardo Billi, dimostrando di sapersi muovere con successo anche in ambiti popolari.
Quegli anni sono la stagione del suo pieno riconoscimento, capace di muoversi tra palcoscenici d’élite e teatri per il grande pubblico, senza mai perdere il passo con l’innovazione.
Nel 1936 un incidente al menisco le compromette la mobilità e la possibilità di ballare. Una battuta d’arresto che la costringe a ripensare il rapporto con il proprio corpo e la carriera. Ma per Censi non è la fine del cammino.
Decide di dedicarsi all’insegnamento, aprendo scuole di danza in diverse città italiane: Sanremo, Genova, Milano, Voghera. Da maestra trasmette la sua esperienza e l’approccio innovativo, continuando a influenzare nuove generazioni. L’insegnamento diventa la sua nuova missione, mantenendo vivi i principi della danza futurista.
Negli anni Settanta si dedica al recupero e alla rivisitazione di quel patrimonio. Nel 1979 presenta il “Programma di danze futuriste” a Savona, e nello stesso periodo viene inclusa in una rassegna alla Columbia University di New York dedicata alle donne dell’avanguardia italiana. Un riconoscimento importante che conferma il valore della sua eredità anche fuori dai confini nazionali.
Il lascito di Giannina Censi è conservato nel Mart di Rovereto: un archivio prezioso che racconta la sua carriera e il suo contributo alla danza futurista. Nel 2022, la curatrice Cecilia Alemani ha scelto alcune sue opere per la mostra “Il latte dei sogni” alla Biennale di Venezia, sottolineando quanto la sua ricerca coreografica resti attuale.
Critici e storici la vedono come un’innovatrice capace di rompere con le tradizioni del balletto classico russo, immaginando un corpo libero, anticonvenzionale e sperimentale. Il suo modo di intendere il movimento ha anticipato molte strade della danza contemporanea, proponendo il gesto come espressione di modernità e rottura.
La sua storia è anche una testimonianza del ruolo fondamentale delle donne nell’arte d’avanguardia italiana, spesso dimenticate ma essenziali per capire un’epoca di grandi cambiamenti. La danza di Giannina Censi resta un esempio potente di come l’arte possa raccontare e interpretare lo spirito del proprio tempo.
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