Jafar Panahi resta in carcere. La Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran ha confermato la sua condanna a un anno di reclusione. Nessuna attenuante, nessuna revisione: oltre al carcere, Panahi non potrà lasciare l’Iran né partecipare per due anni ad attività politiche o sociali. Il regista, noto in tutto il mondo per i suoi film che raccontano senza filtri le tensioni e le contraddizioni della società iraniana, si trova ora di fronte a una sentenza che pesa come un macigno sulla sua libertà creativa e personale.
Il ricorso di Panahi è stato respinto senza appello. Il regista, accusato di «propaganda contro la Repubblica Islamica», era stato condannato in contumacia lo scorso dicembre. Oltre alla reclusione, il giudice Iman Afshari – noto per le sue decisioni contro oppositori politici – ha imposto anche il divieto di espatrio e il divieto di partecipare a partiti politici o associazioni per due anni. La sentenza può essere impugnata entro venti giorni dalla notifica, ma al momento non sono state annunciate nuove mosse legali.
Questa condanna arriva in un momento di forte tensione politica in Iran, dove il regime sta cercando di soffocare ogni voce critica. Panahi è accusato non solo di propaganda, ma anche di supportare prigionieri politici e di realizzare film in modo clandestino. Inoltre, il suo sostegno al movimento di protesta «Donna, Vita, Libertà», nato dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, pesa come un macigno su di lui. Il regime controlla con attenzione ogni forma di espressione culturale che possa avere un impatto sociale o politico.
Panahi è una figura centrale del cinema iraniano e mondiale. Nei suoi film, che si ispirano al neorealismo, racconta storie di persone comuni in situazioni spesso difficili e marginali. Usa attori non professionisti e ambientazioni reali per costruire immagini forti e autentiche, soprattutto sul ruolo delle donne e dei bambini nella società iraniana.
Il suo cinema dà voce a chi normalmente resta inascoltato, mescolando poesia e realtà con un linguaggio che arriva a un pubblico globale senza perdere il legame con le radici locali. Nel 2025 ha vinto la Palma d’Oro a Cannes con «Un semplice incidente», un film che conferma la sua capacità di parlare di temi universali attraverso storie personali e collettive.
Non è la prima volta che Panahi si scontra con la censura. Da anni vive sotto pesanti restrizioni, compreso il divieto legale di lavorare. Eppure, ha trasformato questi limiti in un’occasione per sperimentare. Ha realizzato film in segreto, girando in taxi, abitazioni e villaggi isolati. Una forma di resistenza che unisce arte e impegno politico.
Nei suoi lavori si vede spesso anche in prima persona, rompendo le convenzioni narrative per mostrare la realtà in cui vive e le difficoltà che affronta. Un esempio è «Taxi a Teheran» , in cui guida il suo taxi ascoltando storie che svelano le tensioni della città.
Il percorso artistico di Panahi è un esempio di tenacia riconosciuta in tutto il mondo. Nel 2022 ha realizzato «Gli orsi non esistono», un film girato a distanza oltre il confine turco, che riflette su potere, paura e superstizione in contesti oppressivi.
Con «Un semplice incidente», premiato nel 2025, ha confermato il suo talento nel raccontare drammi umani con un linguaggio universale, superando le barriere imposte dal regime. Per Panahi, il cinema resta uno strumento potente di dialogo e memoria, capace di illuminare realtà che altrimenti resterebbero nell’ombra.
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