Per molto tempo mi sono sentita un’impostora. Una ladra di lingue. Açelya Yönaç non nasconde la fatica, l’insicurezza che accompagna chi scrive in una lingua che non è la propria. Al debutto con “La casa turca”, racconta senza filtri cosa significa farsi strada in un idioma che non scorre nelle vene fin dalla nascita. La scrittura, per lei, è stata come varcare la soglia di una stanza nuova: un gesto naturale, necessario, mai tradimento. C’è in questa esperienza un senso di estraneità, certo, ma anche un’opportunità di raccontare – con parole che sembrano al tempo stesso lontane e intime – storie di identità sospese e ritrovate. E mentre la letteratura contemporanea si apre sempre di più a voci plurilingue, la scelta di Yönaç si inserisce in un percorso che altri autori hanno già tracciato, trasformando la lingua dell’altro in un ponte narrativo.
Açelya Yönaç è cresciuta in un ambiente plurilingue, dove alternare diverse lingue è parte della quotidianità. Scrivere in una lingua che non è la propria non è per lei solo una scelta di stile o comunicazione, ma un vero e proprio viaggio alla scoperta di sé. La sensazione di sentirsi un’“impostora” nasce dal confronto tra la lingua del cuore e quella usata per raccontare, una differenza che crea tensione ma anche spazi di creatività.
Non è un’esperienza isolata. Yönaç è convinta che nessuno dovrebbe sentirsi rinchiuso in una sola lingua, come se fosse una gabbia. Raccontare la propria storia in un’altra lingua diventa così un atto liberatorio. Passare da una lingua all’altra non è un salto nel vuoto, ma un cambio di stanza in cui muoversi con più leggerezza. Questo passaggio, che sta al centro del suo romanzo “La casa turca”, diventa allo stesso tempo tema narrativo e strumento per esplorare la propria identità.
Non sono pochi gli autori che, come Açelya Yönaç, hanno scelto una lingua diversa da quella madre per scrivere. Joseph Conrad, Elias Canetti, Agota Kristof sono solo alcuni nomi di una tradizione che ha fatto della “non appartenenza” linguistica un punto di forza. Per loro, la lingua straniera non è una nuova patria, ma “una stanza” dove far sentire la propria voce, uno spazio dove costruire un’esistenza narrativa originale.
Scrivere in una seconda o terza lingua crea una distanza che può aiutare a guardare la realtà con occhi diversi. La scrittura translingue è così un’arma a doppio taglio: può mettere in difficoltà, ma anche liberare dal peso delle radici e delle aspettative. La lingua straniera non cancella l’identità, la trasforma, la rinnova proprio grazie alla differenza.
Questo fenomeno si inserisce in un dibattito più ampio sul ruolo delle lingue oggi, in un mondo segnato da migrazioni e scambi culturali continui. Gli scrittori translingui rappresentano questa complessità, offrendo non solo nuove storie, ma anche modi diversi di vivere la parola scritta.
Il romanzo di Açelya Yönaç, “La casa turca”, nasce proprio da questo confine tra lingua madre e nuova lingua, tra identità radicata e vissuto translingue. Il libro mette al centro la condizione dell’estraneità, ma senza darne un’immagine negativa. Anzi, la lingua dell’altro diventa un luogo di scoperta, uno spazio dove far convivere più voci interiori.
La storia si sviluppa attorno a un’appartenenza molteplice: la casa — simbolo potente — è allo stesso tempo rifugio e terreno di scontro culturale e linguistico. Attraverso questo scenario, Yönaç racconta un’identità in continua trasformazione, sfuggendo a definizioni rigide. Il romanzo esplora il rapporto tra sé e l’altro, mettendo in luce le sfide quotidiane legate alla comunicazione e all’inserimento in mondi diversi.
“La casa turca” è così un contributo importante per capire le dinamiche di chi vive tra più culture e lingue. Un invito a riflettere su come la scrittura possa essere uno strumento per reinventarsi, nonostante le difficoltà, i sensi di estraneità e le continue negoziazioni con se stessi.
Le pagine di Yönaç mostrano il valore della scrittura come mezzo di appartenenza non tradizionale, ma fluido e aperto, segnato dal movimento tra codici linguistici e culturali diversi. Sullo sfondo, l’idea che la lingua possa diventare una stanza accogliente, dove far vivere tutte le parti di sé, anche quelle più fragili o sconosciute.
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