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Il delitto del 3° piano: recensione del thriller elegante e divertente con Laetitia Casta, omaggio a Hitchcock

Alfred Hitchcock non si copia, si omaggia. Lo sa bene Rémi Bezançon, regista francese che con “Il delitto del 3° piano” tenta di catturare quella tensione sottile, quel sottile confine tra realtà e illusione che il maestro inglese ha saputo trasformare in arte. In questo thriller dal sapore hitchcockiano, Laetitia Casta emerge come protagonista, affiancata da Gilles Lellouche e Guillaume Gallienne, in un intreccio che alterna suspense a pause più leggere. Il film si muove con eleganza tra passato e presente, evitando però scossoni improvvisi. È un gioco di rimandi, un omaggio rispettoso che cerca la propria voce senza smarrirsi nella semplice imitazione.

Sguardi sospetti in un palazzo borghese

Anna, interpretata da Laetitia Casta, è una donna affascinata dal thriller psicologico, Hitchcock in testa. Vive con suo marito Pierre, uno scrittore di gialli , in un appartamento di un elegante palazzo cittadino. La loro routine è ferma, fatta di revisioni e silenzi. Tutto cambia quando iniziano a spiare i vicini del terzo piano: una coppia nervosa, sempre sul punto di scoppiare, interpretata da Guillaume Gallienne e Isabel Aimé González-Sola. Quel semplice gioco di curiosità si trasforma in ossessione. Ogni rumore, ogni dettaglio – dall’orologio macchiato di sangue agli strani occhiali – diventa motivo di inquietudine. La sparizione improvvisa di uno dei vicini spalanca un mondo di sospetti in cui Anna e Pierre si lanciano a capofitto, rischiando di confondere la realtà con la finzione.

La storia si sviluppa tra paranoia e indagine, con i due protagonisti che passano da spettatori a detective improvvisati. Il palazzo borghese, ordinato e controllato, diventa il teatro di un intrigo dalle tinte noir. Bezançon sfrutta ambienti domestici per aumentare quella sensazione claustrofobica che è il marchio di fabbrica dei thriller hitchcockiani.

Gli attori e gli omaggi a Hitchcock

Il film si regge su un cast capace di alternare tensione e leggerezza. Laetitia Casta conquista con una presenza naturale e magnetica, che tiene viva l’attenzione anche nei momenti più calmi. La sua interpretazione è divertente ma mai esagerata, perfetta per un personaggio sospeso tra sogno e ossessione. Gilles Lellouche è più contenuto rispetto al solito, mostrando una nuova profondità. Guillaume Gallienne incarna il dubbio, riflettendo bene l’ambiguità che attraversa tutto il film.

Bezançon non nasconde la sua passione per Hitchcock: si vedono chiari riferimenti a “La finestra sul cortile”, la celebre scena della doccia di “Psycho”, e persino un cameo che ricorda il regista inglese. Ci sono momenti meta-cinematografici, come la conversazione immaginaria tra Anna e Hitchcock sulla suspense e la narrazione. Il cosiddetto “MacGuffin”, quell’oggetto misterioso che muove la trama, è ripreso in pieno stile hitchcockiano. Il film si presenta così come un omaggio non solo formale, ma anche intellettuale, un dialogo aperto con la tradizione del thriller classico.

Anche le scelte visive aiutano a creare un’atmosfera elegante e malinconica, con primi piani studiati e un uso sapiente di luci e ombre che richiamano il cinema di un tempo. La pellicola scorre senza eccessi, puntando sull’atmosfera più che sulla sorpresa.

Tra tensione e assenza di colpi di scena

Il film si affida a elementi classici del thriller: oggetti fuori posto, ritorni improvvisi, una corsa contro il tempo. Tutto costruito per mantenere alta la tensione. Tuttavia, una sequenza “immaginaria” in cui le storie di Pierre prendono vita sembra un po’ staccata dal resto, più un’aggiunta che parte integrante della narrazione.

Nonostante la cura nella messa in scena e le prove convincenti degli attori, manca quel colpo di scena capace di lasciare a bocca aperta. Il ritmo è costante, la storia procede senza scossoni, offrendo un’esperienza piacevole ma moderata. Il film si posiziona così come un lavoro di stile e atmosfera, senza la pretesa di rivoluzionare il genere.

Il risultato è un prodotto godibile, che intrattiene mantenendo un certo garbo visivo e narrativo. Si percepisce più come un omaggio affettuoso a Hitchcock che come un tentativo di riprodurne la grandezza. Bezançon ci conduce con delicatezza a riscoprire i capolavori del passato, invitandoci a rileggere titoli come “La finestra sul cortile” o “Psycho” in chiave contemporanea.

L’appuntamento con “Il delitto del 3° piano” è fissato per il 16 aprile 2026. Un’occasione per chi ama il thriller raffinato, che mescola curiosità e paura dietro le porte di un palazzo borghese, affidandosi a un cast capace di dare vita a ogni sfumatura della storia. Senza grandi pretese, Bezançon conferma quanto certe tematiche e tecniche hitchcockiane restino vive nel cinema di oggi.

Redazione

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