Nel cuore di Ravenna, Palazzo Malagola si è trasformato in un rifugio per il suono e la voce. È nato lì il Centro Archivi Sonori Malagola, un luogo unico dedicato alla ricerca vocale e sonora, diretto dall’attrice Ermanna Montanari e dallo studioso Enrico Pitozzi. Non è una semplice raccolta di registrazioni, ma uno spazio vivo, aperto a chiunque voglia immergersi nelle arti performative contemporanee. Ogni venerdì e il primo sabato del mese, dalle 10 alle 18, chiunque può varcare gratuitamente le sue porte e scoprire un patrimonio fatto di voci e suoni destinati a svanire senza un custode. Qui si custodiscono le sperimentazioni più intense di musicisti, cantanti e performer, italiani e stranieri, un’arte effimera che trova finalmente un suo rifugio.
Gli Archivi si sviluppano in quattro sale al piano terra di Palazzo Malagola, ciascuna pensata per accogliere in modo diverso il materiale multimediale. A sinistra rispetto all’ingresso ci sono la Sala Ascolti e la Sala Visioni, con tre postazioni individuali dotate di schermo e cuffie per ascoltare o guardare audio e video. Il materiale è vario per durata e contenuto, così chiunque può scegliere come immergersi nell’esperienza.
A destra, invece, si trovano due ambienti particolari: la Sala Immersiva e la Sala Cinema. La prima è pensata per l’ascolto collettivo, una vera “camera sonora” che crea un’atmosfera quasi ipnotica, dove più persone possono lasciarsi trasportare dal suono. La Sala Cinema, invece, offre un’esperienza audiovisiva completa, unendo immagini e suoni per raccontare l’arte in modo intenso e coinvolgente.
Ogni sala è dotata di uno schermo touch per selezionare i contenuti, guidati da un simbolo ricorrente: un cuore disegnato da Stefano Ricci, autore anche degli affreschi del palazzo. Non è un caso: quel cuore rappresenta la memoria che pulsa, il ricordo che diventa corpo e presenza. Come si dice “by heart”, imparare a memoria è un gesto che fa propria l’esperienza. Così il cuore diventa il simbolo di un archivio sonoro che vive e respira.
Nel cuore degli Archivi ci sono le opere di 34 artisti, performer, cantanti e musicisti che hanno segnato la ricerca vocale e sonora. Non si tratta di nomi a caso, ma di chi ha scelto di rompere gli schemi, spingendo il linguaggio artistico oltre i confini tradizionali. Alcuni sono ancora attivi, altri hanno lasciato un segno indelebile nelle arti performative.
Tra loro spicca Demetrio Stratos, una pietra miliare della sperimentazione vocale, a cui gli Archivi hanno dedicato due mostre importanti. Ci sono anche Alvin Curran, Scott Gibbons, Joan La Barbara, Claron McFadden, Scanner , Myriam Gourfink, Kasper T. Toeplitz, Kassel Jaeger , oltre a Ermanna Montanari stessa, Mariangela Gualtieri e Chiara Guidi.
Il patrimonio si arricchisce con le voci di Sonia Bergamasco, Anna Bonaiuto, Simona Bertozzi, Moni Ovadia e Roberto Latini, e con le sperimentazioni teatrali di Masque Teatro e le composizioni di Francesco Giomi, Luigi Ceccarelli, Mirella Mastronardi e Roberto Paci Dalò. Non mancano artisti come Sandro Lombardi, Andrea Veneri, Francesca Della Monica, Maddalena Crippa, Marco Olivieri, Chiara Michelini, Daniele Roccato, Francesca Proia, Diego Schiavo e Luigi Agostini, a completare un quadro ricco e variegato.
Questa selezione mette in luce chi ha innovato la scena contemporanea, raccogliendo materiali che raccontano lavoro, passione e sperimentazione nelle forme più diverse dell’espressione vocale e sonora.
Per Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi, mettere da parte il suono significa restituirgli la sua dimensione originale, quella tridimensionale. La voce, in particolare, lascia dietro di sé la traccia di chi l’ha emessa, anche quando quel corpo non c’è più. Questo doppio piano — suono e voce — è il cuore del loro progetto.
L’ascolto diventa così un modo per abitare uno spazio, dove chi ascolta si fa strumento, parte attiva e passiva allo stesso tempo. Diventare timpano e risuonatore significa immergersi in un’esperienza che è fisica ed emotiva, un modo tutto nuovo di incontrare l’arte.
Marco Sciotto, responsabile degli Archivi, sottolinea l’importanza di creare le condizioni migliori perché questi materiali trovino un “corpo” nuovo, diverso dall’originale, ma capace di coinvolgere chi li ascolta. L’obiettivo non è solo conservare la memoria, ma farla rivivere, generando nuova conoscenza e nuovi significati.
Gli Archivi si trasformano così in uno spazio vivo, dove la memoria non è un ricordo fermo, ma un processo in movimento che crea senso nuovo grazie all’incontro tra persone e materiali.
Alla vigilia dell’inaugurazione è andata in scena una tavola rotonda con esperti e operatori del settore, per discutere il ruolo degli archivi “vivi”. Il critico teatrale Antonio Audino ha raccontato la sua esperienza negli archivi di Radio Rai, mettendo in luce quanto sia fondamentale conservare e studiare il patrimonio sonoro.
Francesco Giomi, compositore e direttore del centro Tempo Reale e dell’archivio Luciano Berio, ha parlato degli archivi come strumenti di ricerca e creatività, non come semplici depositi fermi, ma come luoghi dove l’arte si rigenera.
Il giornalista Luca Valtorta, appassionato frequentatore di archivi dal vivo, cioè di artisti ancora attivi che incarnano la memoria sonora, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di mantenere queste esperienze vive e in movimento.
Infine, Renata Molinari ha evocato “Memory Song” di Meredith Monk, ricordando quanto la memoria sia fragile e quanto sia urgente conservarla in forme aperte, pronte a nuove interpretazioni e a riscoprire il proprio valore.
Questa riflessione collettiva conferma l’importanza strategica degli Archivi Sonori di Malagola per Ravenna e per il panorama culturale, nazionale e internazionale. Qui tradizione e innovazione, conservazione e creatività si incontrano, animate dal respiro del suono e dalla forza della voce.
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