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Sepideh Salehi: L’arte che celebra l’identità femminile tra Iran, Italia e Stati Uniti

Dal 2006 Sepideh Salehi non torna in Iran. Eppure, la sua terra non smette di vivere nelle sue opere. Carta, collage, disegni e fotografie si intrecciano come pagine di un diario visivo, carico di memorie e sentimenti. Lontana dagli affetti e dagli spazi familiari, trasforma la distanza in creatività pura. Il risultato è un viaggio intimo, che parla di identità e femminilità con una forza rara. La sua mostra “Assemblages” alla Galleria Anna Marra di Roma racconta proprio questo: un dialogo continuo tra passato e presente, radici profonde e frammenti sparsi in un tempo che non si ferma.

Il collage, specchio di un’identità plurale

Il collage è una tecnica che accompagna da sempre il lavoro di Salehi, perché le permette di mettere insieme storie e immagini diverse, proprio come nella sua vita. Cresciuta in Iran, vissuta in Italia e poi trasferitasi negli Stati Uniti, Sepideh convive con più culture che si sovrappongono e si intrecciano attraverso materiali e ritagli. Il collage diventa così un mezzo perfetto per raccontare questa complessità. Nei suoi pezzi più vecchi, come “Nero” del 2006, si riconoscono paesaggi, montagne iraniane, fotografie — alcune scattate da lei, altre trovate in rete o da fonti giornalistiche.

La distanza fisica e il passare degli anni hanno alimentato questo modo di esprimersi, riportando alla luce ricordi d’infanzia e adolescenza filtrati tra realtà e immaginazione. Il suo lavoro unisce immagini e materiali diversi, costruendo una narrazione a più strati che parla non solo della sua storia personale, ma anche della diaspora e della memoria culturale.

Parole e memoria: scritture che raccontano emozioni

La scrittura torna spesso nelle opere di Salehi, specialmente nelle serie “Ski”, “Party”, “School” e “War and Peace”. Ripetere parole in farsi diventa un modo per tenere viva la memoria familiare e personale, lontano dalla tradizione poetica classica. Per esempio, il nome della madre, Soosan, appare più volte come un mantra, un ritmo che guida lo sguardo e fa scorrere il pensiero tra consapevolezza e astrazione.

Nella serie “War and Peace”, sviluppata a New York dal 2008, le parole in farsi raccontano la complessità di un’infanzia segnata dalla rivoluzione islamica e dalla guerra tra Iran e Iraq. Sono parole che evocano eventi drammatici come “rivoluzione” e “guerra”, ma anche momenti più intimi, come un compleanno interrotto dai bombardamenti. L’uso degli acquerelli aggiunge un tocco di nostalgia e fragilità, che rende più vivido il ricordo.

La serie “School” racconta invece le difficoltà delle bambine iraniane a scuola sotto il regime islamico, con controlli rigidi su abiti e comportamenti, in un clima di oppressione e sorveglianza. Qui Salehi intreccia politica, impegno civile e poesia personale.

Da Teheran a Firenze fino a New York: formazione e nuove strade

Nel 1999 Salehi si trasferisce in Italia per studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Qui si avvicina a tecniche diverse e comincia a interessarsi al corpo e all’anatomia, lasciandosi alle spalle le prime opere astratte ispirate ai paesaggi. Incontra un insegnante che combina anatomia e arte contemporanea, spingendola a esplorare il movimento e la figura in modo più dinamico.

In quegli anni sperimenta materiali come l’inchiostro cinese Sumi-e e si avvicina alla videoarte, utilizzando la sua immagine velata come simbolo centrale nelle performance. Il velo islamico diventa un tema ricorrente, un oggetto che porta con sé riflessioni sull’identità, la visibilità e il controllo.

Il trasferimento a New York, nel 2008, segna un salto importante: qui Salehi si confronta con la diaspora iraniana negli Stati Uniti, dando vita a nuove serie che intrecciano memoria e storie di donne iraniane in esilio.

Simboli persiani e oggetti di uso quotidiano nel suo linguaggio visivo

Salehi inserisce spesso nei suoi lavori simboli della cultura persiana tradizionale, trasformandoli in segni visivi legati alle sue radici e alla sua memoria. Un esempio sono le “pietre di preghiera” sciite, piccole pietre su cui si poggia la fronte durante la preghiera. Questi oggetti compaiono nella serie “Mohr Portraits” e nell’opera “Nero” , dove la carta giapponese porta le tracce di frottage fatti con quelle pietre.

Per lei, questi oggetti non sono tanto religiosi, quanto portatori di storia e cultura. L’uso di tecniche come il frottage, insieme a materiali domestici – aghi, grattugie, inchiostro – costruisce opere stratificate, piene di dettagli fatti di graffi, buchi e sovrapposizioni. Questo tocco tattile sulla carta richiama la memoria corporea e l’infanzia, quando da bambina giocava a riprodurre forme sfregando matite su oggetti.

Volti nascosti e donne in lotta: la ribellione silenziosa di Salehi

Il ritratto femminile è al centro di molte sue opere. Le donne spesso sono ritratte di spalle o con il volto coperto, segno di una protesta sommessa, ma potente. Questi volti raccontano oppressione e resistenza, storie di emigrazione, esilio e condizione femminile sotto regimi rigidi.

Le fotografie, scattate dall’artista, ritraggono amiche iraniane che condividono esperienze simili: donne che, nonostante le difficoltà, manifestano una ribellione discreta ma profonda. Nascondere il volto o voltarsi diventa un gesto carico di significato, una negazione del conformismo e delle imposizioni politiche e sociali che hanno segnato la vita di molte donne nella diaspora.

Le opere di Sepideh Salehi non sono solo belle immagini. Sono testimonianze di una storia personale che si intreccia con quella collettiva, capaci di parlare con forza alla realtà di oggi, con tutte le sue tensioni e contraddizioni.

Redazione

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