Sono stati 233 mila i visitatori di Palazzo Martinengo negli ultimi quattro anni, un dato che racconta più di mille parole: un aumento del 76% solo dall’anno scorso. Brescia, con questo spazio, ha trovato un luogo dove l’arte non si limita a essere ammirata, ma si fa esperienza viva. Mostre che combinano rigore e fascino, come quella aperta quest’estate sul Liberty, portano alla luce opere rare, spesso chiuse nei depositi. La Belle Époque, il Liberty, e presto i Macchiaioli: qui si scrive una storia culturale che attrae appassionati e curiosi, trasformando ogni visita in un viaggio nel tempo.
La rassegna sul Liberty racconta un fenomeno artistico durato poco più di dieci anni, ma che ha lasciato un segno profondo nell’arte e nel design tra fine Ottocento e primi del Novecento. Il nome deriva dai grandi magazzini londinesi Liberty, dove si diffusero oggetti e carte da parati ideati da figure come William Morris, pioniere di uno stile che univa tradizione e modernità. La mostra mette in luce la complessità di questo movimento, difficile da incasellare in un unico stile, come mostrano artisti come Plinio Nomellini, noto per il divisionismo ma anche per le decorazioni floreali tipiche del Liberty. Anche Felice Casorati, con la sua “Persone” del 1910, presente in mostra, sfugge a facili definizioni, riflettendo il rapporto tra arte e natura che caratterizza quegli anni.
L’allestimento evita volutamente i temi simbolisti, che pur condividendo elementi visivi con il Liberty, esprimono contenuti diversi, puntando a offrire un quadro chiaro e coerente dell’arte tra Otto e Novecento. I curatori Anna Villari, Manuel Carrera e Davide Dotti hanno scelto un approccio rigoroso, per far conoscere al pubblico la storia e lo stile di quell’epoca.
Uno dei punti di forza della mostra è la presenza di opere rarissime, molte mai esposte prima. Tra queste spicca “Bambini in campagna” di Plinio Nomellini, considerata perduta da tempo, che diventa una delle stelle del percorso. Di rilievo anche il “Ritratto della marchesa Edith Oliver Dusmet” di Vittorio Matteo Corcos, recuperato dagli archivi della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.
Questi lavori si affiancano a una selezione di ceramiche di Galileo Chini provenienti da collezioni private e a una serie di abiti d’epoca, che raccontano il costume e la società del Liberty. Accanto a dipinti e sculture, ci sono fotografie storiche originali e sequenze cinematografiche dei primi anni del Novecento, che mostrano come l’eleganza del Liberty abbia influenzato anche le arti emergenti, in particolare nella rappresentazione della figura femminile. Qui la donna, ritratta con raffinatezza e modernità, diventa simbolo di un tempo sospeso tra emancipazione e fascino estetico.
La mostra dedica uno spazio importante alle donne, protagoniste di molte opere esposte. Nei dipinti di Amedeo Bocchi, Alessandro Battaglia e Giovanni Battista Carpanetto, le figure femminili si inseriscono in paesaggi ricchi di fiori e giardini, elementi tipici del Liberty. Gli ambienti naturali, come nelle opere di Casorati, Previati e Spadini, evocano un legame profondo con la natura, spesso idealizzata, quasi a voler recuperare un rapporto perduto in un’epoca di crescente industrializzazione.
I dettagli emergono nelle immagini di donne attente al proprio aspetto, con abiti eleganti e pose studiate. Accanto a queste, compaiono lettrici e figure femminili dallo sguardo deciso, segnali di un primo passo verso l’emancipazione e nuovi ruoli sociali e artistici. Le fotografie d’epoca, realizzate con tecniche antiche come la stampa al platino o alla gomma bicromata, restituiscono tutta l’atmosfera di quegli anni.
Inoltre, alcune dive del primo cinema, come Lyda Borelli, appaiono in spezzoni filmici inclusi nella mostra, sottolineando l’influenza dell’estetica Liberty anche nelle arti in evoluzione. Il connubio tra ornamenti e un contesto culturale in cui le città industriali cercavano un riscatto estetico attraverso la natura fa della mostra non solo un tuffo nel passato, ma un monito su temi ancora vivi oggi.
La rassegna di Palazzo Martinengo si conferma così un appuntamento da non perdere per capire una stagione artistica di grande valore, grazie a opere sorprendenti e a un allestimento che unisce arte, moda e tecnologia d’epoca. Un racconto che svela i tanti volti di un’arte capace di dialogare con la società del suo tempo, lasciando un’eredità ancora attuale.
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