La guerra non si racconta con urla e clamori, sembra suggerire la mostra al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid. Qui, tra le pareti silenziose, le vite sospese di Roman Khimei e Yarema Malashchuk prendono forma senza enfasi né retorica. Sono due artisti ucraini che scelgono un’altra strada: raccontare il conflitto attraverso gesti quotidiani, angoli nascosti, frammenti di memoria. Lontano dai toni roboanti e dalle immagini di battaglia, il loro lavoro è una lezione visiva che invita a guardare la guerra senza sensazionalismi, con lo sguardo attento a ciò che si cela dietro la narrazione ufficiale.
Nel 1955, Bertolt Brecht pubblicò Kriegsfibel , un libro che non raccontava battaglie o eroismi, ma mostrava la guerra attraverso immagini tratte dalla vita di tutti i giorni, accompagnate da poesie brevi e taglienti. L’obiettivo non era celebrare il conflitto come evento spettacolare, ma far emergere ciò che di solito resta nascosto: le conseguenze sociali e politiche che si celano dietro la quotidianità. Brecht insegnava a osservare le immagini con occhio critico, a scovare nel silenzio e nelle sfumature la realtà di un conflitto. La sua opera ha influenzato artisti come Harun Farocki, che ha sottolineato l’importanza di cogliere ciò che si cela tra un’immagine e l’altra, sfuggendo ai soliti schemi della rappresentazione bellica.
La mostra Pedagogies of War, curata da Chus Martinez, si distingue per il modo in cui i due artisti ucraini raccontano la guerra in corso tra Ucraina e Russia. Al centro del loro lavoro c’è il reenactment, la rielaborazione scenica di eventi storici, ma qui usata in modo anticonvenzionale: non per glorificare o esaltare, bensì per mettere in luce i piccoli gesti, le interruzioni della vita di tutti i giorni, quelle zone d’ombra che spesso sfuggono ai media. Khimei e Malashchuk mostrano una guerra costante senza ricorrere a immagini sensazionaliste. Le loro installazioni puntano su scene semplici, spazi vuoti, pause che rivelano il conflitto senza spettacolarizzarlo, svelandone aspetti sociali e psicologici troppo spesso ignorati.
Il reenactment è ormai uno strumento comune nelle arti contemporanee per indagare la memoria. Ma quando si parla di guerra, il passaggio da semplice ricostruzione a rappresentazione critica assume un peso particolare. Gli eventi bellici, spesso raccontati come momenti epici o sacrifici gloriosi, qui vengono smontati per restituire esperienze frammentate, sospese. Khimei e Malashchuk evitano la spettacolarizzazione e si concentrano sulla guerra come rottura della normalità, fatta di attese e precarietà. In The Wanderer , gli artisti si calano nei panni di soldati morti, allontanandosi dall’ideale romantico per mostrare un’umanità fragile, complessa e priva di ogni mitologia.
La guerra è insieme evento storico e pratica politica continua, come già sottolineava Immanuel Kant nel Settecento. Carl von Clausewitz parlava della “nebbia della guerra”, quella zona grigia dove si nascondono le parti meno chiare e meno spettacolari del conflitto. Da qui nasce la sensibilità curatoriale di Chus Martinez, che vuole mettere a fuoco il divario tra l’esperienza reale della guerra e la sua rappresentazione mediatica. Harun Farocki ha parlato di operational images, immagini generate da strumenti militari come satelliti, droni o simulatori, immagini funzionali ma senza narrazione umana. In Open World , un’installazione video, un giovane esule ucraino ripercorre il suo quartiere con un cane robotico, un dispositivo militare che diventa mezzo di memoria e legame con il passato, un simbolo potente dell’esilio oggi.
Il momento più toccante della mostra è You Shouldn’t Have to See This , dove Khimei e Malashchuk documentano la storia di bambini ucraini rapiti e poi restituiti al loro paese. Le immagini, volutamente ambigue tra sonno e veglia, confondono lo spettatore e raccontano il trauma infantile oltre l’orrore della guerra. Gli artisti restituiscono a questi bambini un’umanità che resiste agli occhi esterni, liberandoli dalla riduzione a simboli o vittime, restituendo loro una soggettività troppo spesso negata nelle rappresentazioni belliche tradizionali.
In We Didn’t Start This War , opera creata appositamente per il Thyssen-Bornemisza, la guerra non appare come un grande evento, ma come una serie di piccoli colpi quotidiani. Attraverso un’installazione video a tre canali, scene di vita comune sono messe in scena da attori non professionisti che mostrano la fatica di andare avanti tra violenza e trauma. La guerra diventa così un tessuto invisibile che attraversa la vita di tutti i giorni senza i toni epici delle narrazioni tradizionali. Lo sguardo si fa didattico, una sfida a imparare a leggere ciò che si nasconde nelle immagini, a non perdere di vista la complessità del presente e i suoi silenzi.
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