La lettura come nutrizione della mente


Ecco l’intervento dello psicoanalista Stefano Bolognini alla Tavola rotonda La lettura come strumento di benessere che si è svolta domenica 23 aprile 2017 alla Fiera Tempo di Libri e ha inaugurato il Maggio dei libri 2017.

Come psicoanalista, prenderò lo spunto dal concetto di “equivalenze”: cioè dal fenomeno da noi osservato (e utilizzato) nella clinica per cui situazioni e oggetti ben diversi tra loro possono trovare svolgere una funzione profonda simile nello psichismo di un soggetto.

Nella metafora evochiamo cose simili pur partendo da elementi rappresentazionali apparentemente diversi o distanti; il processo di simbolizzazione si basa proprio su questa capacità del soggetto di evocare rappresentazioni mentali ulteriori a partire da elementi polivalenti, che possono aprire nuove connessioni e consentire l’accesso a significati inediti.

Questa è la radice della creatività e questa è anche la base del processo di lettura: trasformiamo segni grafici in realtà psichiche, e veniamo condotti, partendo dallo psichismo originario dell’autore, a sviluppare creativamente immagini e pensieri complessi, in una sorta di naturale joint venture inter-psichica.

Si potrebbe dire che da un lato lo scrittore ci fornisce uno spartito musicale e con il suo stile espositivo “dirige” la nostra orchestra interna, ma dall’altro lato ognuno di noi partecipa attivamente, nel processo di lettura, “eseguendo” il suo pezzo coi nostri strumenti mentali rappresentazionali e con una risonanza emotiva del tutto soggettiva: in questo modo la lettura si rivela un evento psichico molto meno passivo di quelli in cui l’immagine viene direttamente fornita dal mezzo tecnologico (ad es. televisione o computer).  Insomma, nella lettura entra in gioco anche qualcosa di originalmente nostro, oltre a ciò che l’autore ci fornisce.

Ad un livello profondo, la lettura rivela molte analogie con i processi nutritivi. Nel modello nutritivo, iniziare la lettura di un testo, con disponibilità ricettiva da parte del lettore, può equivalere ad accettare di “attaccarsi al seno”.  Significa disporsi ad entrare in un mondo, a co-costruire un mondo, contribuendo con un’attività rappresentazionale interna alla costruzione di quanto fornito dal testo; equivale, in senso profondo, a lasciarsi nutrire. Cesare Musatti, uno dei padri fondatori della psicoanalisi italiana, aveva coniato un’espressione efficace – appunto, una metafora basata su una equivalenza simbolica – parlando della ricerca e dell’incontro con ilplancton culturale”, una volta venuti a contatto con scaffali, librerie, banchi di esposizione. Musatti amava riferire quanto gli piacesse lasciarsi guidare da una sorta di tropismo preconscio, una volta postosi di fronte alla sua libreria, nutrendo fiducia nella probabilità di “pescare” qualcosa che lo avrebbe interessato, sulla scorta dei bisogni o desideri che si muovevano in quel dato momento dentro di lui più o meno consciamente.

Queste equivalenze profonde nella vita interna degli individui modificano in modo sostanziale il rapporto tra ciò che è reale nel mondo esterno e ciò che è “vero” per la mente soggettiva: come nei sogni, in cui le cose non sono reali in senso oggettivo, ma risultano spesso profondamente vere in senso esperienziale.

Nella lettura partecipata si può realizzare la “verità interna” di esperienze costitutive o trasformative, che fanno ampliare la mente, che arricchiscono la rete di percorsi ideativi e la tavolozza dei colori dell’“apparato figurale” interno del soggetto. Se il testo con cui si entra in contatto con atteggiamento non oppositivo o precluso ha in sé un potenziale nutritivo o fecondativo autentico, il soggetto non uscirà mai immodificato rispetto a prima dall’esperienza di lettura: ne risulterà modificato almeno un po’. Il livello di profondità e di intensità dei cambiamenti interni dipenderà anche dalla disponibilità del lettore ad “introiettare” veramente ciò che riceve: cioè a lasciarlo entrare visceralmente all’interno, a digerirlo e a integrarne gli elementi costitutivi fino a farne qualcosa di proprio, parte del proprio Sé. Sappiamo dalla clinica come una mancata digestione integrativa produca invece una inclusione di qualcosa che entra, ma che resta un corpo estraneo nel Sé: sono i casi in cui una persona “conosce” un testo, ma non lo fa suo; lo “impara” cognitivamente, ma esso rimane appunto qualcosa di imparaticcio.  Non sarà parte di lui. L’esempio tipico di questo livello sono le letture troppo veloci e “ab externo”, di cui possiamo magari riprodurre lo schema, il dettato concettuale di base, la narrazione della “storia”, a volte anche con una certa esattezza: ma sentiamo che mai potremmo trasmetterne ad altri qualcosa di più che informativo.

Non “feconderemmo” a nostra volta nessuno, e probabilmente lo nutriremmo solo di qualche nozione orientativa: input corticali poveri, destinati a svanire presto come tracce insignificanti e poco incisive nella vita interiore altrui, così come lo sono state nella nostra. Al livello più basso di incidenza, la lettura a passo di corsa del mitico “Bignami”, extrema ratio dello studente ritardatario che doveva costruire un intero edificio nozionistico dal nulla, in tempo record, in vista dell’esame di Maturità.  Ben poco resta di quelle parossistiche rincorse, dato che poco o niente entrava nelle stanze private, intime del Sé a seguito di quelle letture.

Ma spingiamoci oltre, invece, sul versante virtuoso di una lettura partecipata dal soggetto che legge, motivata dal bisogno o dal desiderio e aperta alla ricettività: certi libri non hanno solo un potenziale nutritivo, bensì anche fecondativo. Se il libro incontra un lettore il cui mondo interno è in movimento, in condizione insatura, in contatto con vivi bisogni e desideri, il libro diventa il messaggero di una possibile ulteriorità nell’esperienza del soggetto: da quell’incontro può partire un progetto.

Non devo andare troppo lontano, per fornire un esempio di questa eventualità: per molti di noi psicoanalisti, la lettura giovanile della “Interpretazione dei sogni” di Freud ha avuto precisamente una simile funzione propositiva, ispirativa, maieutica, certo in coincidenza con bisogni del tutto personali e pre-scientifici.

“Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse”…, e sono sicuro che questo tipo di esperienze ha contribuito ad orientare, nei rispettivi campi, molti di noi, se non nelle scelte professionali e nelle vocazioni, perlomeno in molti sviluppi delle nostre vite, in senso complesso e alle volte non del tutto consapevole.

Per ragioni di spazio limiterò le mie riflessioni ad un solo altro aspetto: il tempo e il modo ideali (o auspicabili) per una buona lettura. Se dovessi basarmi sulla mia esperienza personale, indicherei due circostanze privilegiate – ahimé, sempre più rare…- in cui la lettura raggiungeva i livelli più profondi del mio mondo interiore; e le cito qui non per egocentrismo ma perché mi aspetto di poterle scoprire condivise con tanti dei presenti, e quindi di poter attivare in loro il piacere della risonanza. La prima si riferisce a quella meravigliosa stagione della vita, l’adolescenza, in cui si scoprono molte cose in modo autonomo e spontaneo, per propria scelta, e in cui si può godere ancora di ampi tempi disponibili per immergersi per ore in una lettura, a volte facendo notte per completare il viaggio.

Come molti, dai quattordici anni in poi io ho letteralmente abitato in full immersion la Russia di “Guerra e pace” e le stanze ottocentesche di Flaubert, ma anche le partite di caccia grossa di Hagenbeck in Africa o in India, o le avventure dei cani e dei lupi di Jack London, e così via; libri dei tempi miei, non certo dei ragazzi di oggi, beninteso. Ma l’importante non è la lista degli autori, bensì la qualità di quelle immersioni totali, in seguito alle quali raggiungevamo a tavola i nostri famigliari con lo sguardo ancora perso in mondi “altri”, vissuti non realmente all’esterno, ma “veramente”, da dentro: il “dentro” trasmessoci da grandi, veri, potenti scrittori, presenti in ogni epoca.

Quel tipo di esperienza non equivaleva ad assaporare fugacemente in bocca un cibo (livello incorporativo-imitativo, vedi Bignami) per poi restituirlo all’esterno con altrettanta rapidità; né a deglutirlo senza però digerirlo con disponibilità ricettiva (lettura solo cognitiva senza partecipazione esperienziale, livello di internalizzazione non introiettiva; quante poesie mandate a memoria a macchinetta, per dovere, senza effettivo desiderio e senza autentica introiezione…le poesie imparate forzatamente dal resto del condominio, nei giorni d’estate, quando le si ripeteva ad alta voce con le finestre aperte!): là, in quella dimensione adolescenziale spontanea,  zeitlos, senza tempo, certi libri irresistibilmente amati diventavano parte di me (e –  credo di poter dire estensivamente – di noi, di tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza di essere davvero entrati in un libro!).

L’altra circostanza, di solito ben più modesta nella sua portata esperienziale ma della quale possiamo comunque dirci fortunati fruitori, quando ci capita in età adulta, è quella della lettura in vacanza: ciò che richiede una felice e purtroppo rarissima congiuntura di fattori favorenti (per lo più una lista di “assenza di”: assenza di ospiti da intrattenere, di bambini da sorvegliare, di lavori professionali da completare, e così via). La condizione fondamentale è che la lettura non avvenga a spizzichi e bocconi, ma che si tiri di lungo, senza tempo appunto.

Quando questa improbabile serie di fortunate coincidenze si realizza, allora chiudiamo temporaneamente e parzialmente il contatto con la realtà esterna e ci immergiamo in una nuova esperienza: apriamo un libro e possiamo incontrare qualcosa di nuovo; ci entriamo, nel libro; iniziamo una temporanea simbiosi fusionale interpsichica con il suo autore; diamo il via ad una convivenza mentale a distanza che potrà interessarci o no, che potrà nutrirci o deluderci, che potrà ispirarci e fertilizzare la nostra vita interiore o lasciarci immutati e perplessi; ma in quel mondo andremo a viverci, almeno per un po’.  Saremo stati là, avremo incontrato l’autore nel suo mondo, accettando di condividere con lui o lei l’esperienza della sua esperienza e della sua soggettività.

Dirò, per concludere, che in una sana convivenza è opportuno che ognuno torni ad essere se stesso, una volta sperimentato il mondo interno dell’altro: per questo dobbiamo menzionare anche l’eventualità estrema, potenzialmente perversa, del vivere soltanto attraverso la soggettività dell’altro, autore o interlocutore che sia.

La lettura che arricchisce, che nutre, che ispira, che fertilizza e apre al nuovo si caratterizza per un processo integrativo, non sostitutivo nei confronti del proprio Sé, della propria identità: richiede, metaforicamente parlando, un biglietto di andata e ritorno. Accettando, spesso con piacere e con sorpresa, che l’incontro con l’altro, attraverso la lettura, ci abbia cambiato almeno un po’.

 

 

 

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